Dalla Nato alla Free Community per la sicurezza globale
Nell’occasione del summit Nato di Ankara ho chiesto ai colleghi del mio gruppo di ricerca Stratematica, per lo più operanti in università e think tank dell’area G7 e dintorni compatibili, di impostare uno scenario di evoluzione della Nato stessa calibrato su tre requisiti: a) sicurezza globale; b) evoluzione tecnologica e cognitiva degli strumenti bellici; c) relazione reciprocamente stimolativa tra industria militare e civile. Nei dialoghi di preparazione via videocall criptate ho annotato che i colleghi più inclini al pacifismo idealistico, per lo più di sinistra o assimilabili ad essa, si sono spostati, pur con riluttanza, verso il realismo di un pacifismo via superiorità e deterrenza nei confronti di attori statali, e non, inclini alla violenza perché hanno preso atto di un deterioramento dell’ordine globale con la conseguenza di un aumento dei conflitti. Ciò ha portato ad una convergenza nel gruppo tra sinistra antropologicamente ottimista (Russeau) e destra pessimista (Hobbes, homo homini lupus) permettendomi una proposta di sintesi: cerchiamo un leviatano intelligente ma non brutale, cioè una convergenza tra Hobbes e Russeau (dopo circa quattro secoli di opposizione nelle Scienze politiche) come strumento di filosofia morale vettoriale per la ricostruzione dell’ordine mondiale da parte di un’alleanza sufficientemente grande di democrazie. Tornando ad Ankara – che spero nel prossimo futuro possa aderire agli Accordi di Abramo così come l’Arabia per facilitare la fine della divergenza con Israele per una Ekumene mediterranea costiera e profonda - vorrei segnalare la priorità di rendere la Nato parte di un’organizzazione globale di sicurezza. Da un lato, la tendenza c’è da tempo: quattro nazioni del Pacifico dette Indo Pacific 4 (Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda) partecipano ai summit Nato annuali. Dall’altro, pur presente nel settore industriale, manca una struttura di coordinamento integrativo tra Atlantico e Pacifico. Cioè l’America vuole tenere per sé la connessione della sicurezza tra i due oceani. Ma dovendo spostare più risorse di sicurezza nel Pacifico perché, pur superpotenza, è troppo piccola per sostenere un presidio globale sarebbe vantaggioso anche per Washington accettare un sistema di difesa basato sull’interoperabilità dei mezzi (standard comuni) delle nazioni euroatlantiche e del Pacifico. Cioè la Nato dovrebbe diventare un pezzo di una più grande organizzazione di sicurezza e difesa globale integrata, chiamiamola provvisoriamente Free Community con inclusione progressiva di tutte le democrazie e nazioni compatibili del pianeta. Il principio è semplice: creare un’organizzazione più grande e potente del blocco sinocentrico per condizionarne i comportamenti e sostenere la tenuta politica ed economica delle democrazie partecipanti (ora a rischio). Ad Ankara 2026 non vi saranno riferimenti espliciti alla strategia qui abbozzata, ma sollecito qui gli attori europei e del Pacifico a fare qualche accenno informale e prendere appuntamenti specifici. Il nuovo programma di ricerca in geopolitica economica che ho lanciato è una evoluzione di quello titolato (nel 2013) “Deglobalizzazione conflittuale e riglobalizzazione selettiva” con enfasi sulla seconda. Il programma è aperto ai ricercatori che vogliono partecipare.
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