Agli accordi doganali dell’Ue serve un adattamento pragmatico
L’interesse dell’Italia è che l’Ue sigli più trattati doganali possibile, di cui è autorità delegata dalle euronazioni, tendenti verso dazi zero o minimi ed una reciprocità regolatoria con il resto del mondo compatibile. Interesse parallelo è quello di creare partenariati bilaterali (non doganali) di elevato valore commerciale ed industriale con il più possibile di nazioni al mondo. Il motivo è che il modello economico italiano è basato sull’export difficilmente sostituibile da uno trainato dai consumi interni, medesimo problema della Germania pur minore in Francia perché meno dipendente dall’export industriale in quanto di minor volume.
Roma ha una politica estera corrispondente a questa necessità che ora, nel cambio di mondo in atto, deve potenziare: il governo lo sta facendo con una strategia, secondo me realistica, basata su una interpretazione aperta e non chiusa dell’interesse nazionale. In sintesi, Roma ha recentemente strutturato meglio gli strumenti per un’Italia globale, per esempio il rafforzamento della missione geoeconomica del ministero degli Esteri, la postura di duplice convergenza con Stati Uniti ed Ue come moltiplicatore di forza per un’Italia che è grande potenza economica, ma solo medio-piccola sul piano geopolitico, la proiezione con metodo collaborativo nel Mediterraneo costiero e profondo e verso l’Indo-Pacifico, ecc. Non è una posizione mercantilista indifferente alle compatibilità politiche, ma necessariamente risente della necessità di pragmatismo commerciale applicato ad un cambiamento di mondo.
Per capire i nuovi termini di tale pragmatismo ho chiesto al mio gruppo di ricerca di impostare uno scenario che li definisca.
Il primo risultato di questa ricerca applicata all’Ue mostra un problema: l’estensione futura dei trattati commerciali/doganali dell’Ue troveranno sempre meno nazioni simmetriche (cioè democrazie con sviluppo ed ordine interno simile, come lo sono stati recentemente, ad esempio, Giappone e Canada) e sempre più asimmetriche, cioè con sola capacità esportativa di minerali e beni agricoli per bilanciare le importazioni dall’Europa di beni industriali. Lo scambio minerali/beni industriali è produttivo sia per esportatori sia per importatori. Ma quello che apre l’importazione di beni agricoli prodotti con regole meno costose pone un rischio decompetitivo per i produttori europei, motivo per il loro dissenso.
Il caso dell’accordo Ue-Mercosur ora in definizione già mostra una divergenza tra attori industriali ed agricoli nonché la difficoltà di fornire compensazioni e tutele ai secondi nonché il rischio che un’imposizione di standard europei disincentivi le controparti extra-europee a siglare accordi doganali. Ma l’industria europea ha bisogno di farli, l’Italia in particolare con un piano di aumento dell’export a medio termine da circa i correnti 625, circa, miliardi anno a 700. Raccomandazioni preliminari:
a) revisionare gli standard agricoli europei per rinforzare la competitività e resilienza del settore riducendo così il rischio di blocco degli accordi doganali Ue;
b) facilitare gli investimenti tecnologici nel settore agricolo per aumentarne la produttività e ridurne la fatica e costi gestionali;
c) cercare un nuovo metodo semplificato dell’Ue per gli accordi doganali.
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