IL PUNTO
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17/9/2023
Prestito irredimibile vs tassa extraprofitti
L’idea di tassa sugli extraprofitti delle banche, pur una tantum e ammorbidita, sta minando la fiducia sull’Italia come luogo di investimento: apre un’incertezza sul rischio di brutte sorprese. L’addolcimento proposto dall’Abi in forma di deducibilità è un buon compromesso, ma potrebbe non curare la ferita alla fiducia. Chi scrive trova spettacolare la politica estera del governo: fa ipotizzare un’Italia globale robusta in prospettiva. Ma ritiene uno scivolone minare un potenziale destino positivo, capace di invertire quello declinante della nazione, per un errore sul piano della credibilità finanziaria. Per un paio di miliardi nelle casse statali si rischia di perderne centinaia. D’altra parte, lo Stato ha bisogno di soldi nel breve ed è comprensibile il nervosismo della politica, in particolare a ridosso delle elezioni europee e di un periodo a rischio di stagnazione/stagflazione nel 2024. Tale situazione spinge a cercare un’alternativa di ingegneria finanziaria che porti cassa allo Stato senza appesantire il debito ed erodere la fiducia.
Ipotesi. Chi scrive ha riaperto con i ricercatori del suo team (Stratematica) l’attenzione sul “prestito irredimibile” cercando varianti fattibili ed utili. Va ricordato che tale forma di prestito allo Stato non implica il ritorno del capitale, quindi non va computato nel debito pubblico, ma definisce un ritorno al prestatore come interesse annuale nel lunghissimo periodo (computabile negli obblighi debitori statali, ma demoltiplicati grazie alla temporalità estesa). Una prima simulazione grezza ha individuato la fattibilità ipotetica di un prestito irredimibile allo Stato di 10 miliardi aperto ad investitori istituzionali. La durata può andare dai 50 ai 70 anni. Ci sono casi fino a 100 anni, per esempio l’Austria che ha acceso un irredimibile di 2 miliardi, ma è una temporalità troppo complicata. Le innovazioni potrebbero riguardare la forma dell’obbligazione derivata: a) rendimento variabile di un punto e mezzo sopra l’inflazione; b) ampia vendibilità dell’obbligazione stessa anche nel mercato retail, però mediata da soggetti istituzionali e regolati; c) fornitura di una garanzia statale utilizzabile anche da acquirenti stranieri. In sintesi, si tratterebbe di un “safe asset” anche utilizzabile come collaterale in architetture con leva finanziaria e/o in prodotti assicurativi. Non c’è stato il tempo per valutare se una banca dell’Eurozona possa fare un tale prestito e se sì come riportarlo nel proprio bilancio, ma la sensazione è positiva, forse richiedendo un pronunciamento specifico da parte della Bce. Comunque un creatore di prodotti finanziari, vista la trasferibilità dell’obbligazione ed il suo rendimento garantito, non si ritiene trovi problemi nell’impiego di tale asset. La cifra ipotizzata di 10 miliardi è stata valutata non in concorrenza con l’emissione di titoli di debito normali. Pertanto qui si consiglia allo Stato di chiedere consiglio a Bankit e all’Abi per questa soluzione.
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(c) Carlo Pelanda