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Carlo A. Pelanda
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IL PUNTO

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21/8/2023

La trasformazione dell’immigrazione in capitale

Finora circa 103mila immigrati clandestini in Italia nel 2023, proiettabili oltre i 110mila entro fine anno. Da un lato, è un problema. Ma dall’altro è un’opportunità: capitale umano trasformabile in finanziario per un Italia che “l’analisi di destino”, al momento, vede proiettata verso un gap demografico con impatto strutturale depressivo sulla sua economia. Va detto che nello scenario di lungo termine bisogna inserire l’irruzione dell’intelligenza artificiale, e crescita dell’automazione conseguente, che renderà possibile l’aumento della produttività di una minore forza lavoro. Ma anche considerando tale linea di probabilità, resterà comunque centrale per decenni “l’economia naturale” dove la crescita è correlata alla massa demografica attiva, se qualificata. Pertanto l’opportunità, per l’Italia, prevale sul problema in un orizzonte temporale stimabile attorno ai 15 – 20 anni.
Il governo italiano non vuole rischiare lo stigma attuando un blocco navale per l’immigrazione via mare. Ha preferito una strategia di contenimento basata sulla capacità delle nazioni viciniori della costa Sud del Mediterraneo di attuarla. Mossa intelligente. Ma appare più intelligente definire una quota di immigrati per anno che possa essere rapidamente qualificata per impieghi produttivi in Italia e che produca figli in numero sufficiente per invertire il trend demografico negativo. Nel recente passato la Germania a guida Merkel ha importato centinaia di migliaia di siriani valutati sufficientemente laicizzati per non produrre effetti destabilizzanti dovuti ad una massa eccessiva di islamismo divergente e non pre-selezionato come successo in Francia e Regno Unito. L’America è assediata dalla pressione migratoria da Sud, attua blocchi anche feroci e impone al Messico azioni limitative dei flussi prima che arrivino alla frontiera statunitense. Ma ammette un flusso migratorio da tutto il mondo perché è consapevole della sua necessità per evitare crisi demografiche in prospettiva come è destino, al momento, per Cina, Giappone e molti europei. Per l’Italia la conversione dell’immigrazione in capitale implica una limitazione delle persone difficilmente assimilabili combinata con la ricerca di gruppi etnici nel mondo che lo siano di più. Ma serve un programma di formazione accelerata per tutti: insegnamento rapido dell’Italiano, formazione per l’inserimento in ruoli lavorativi, strategia di insediamento distribuito e non concentrato (per evitare l’enorme errore francese delle periferie etnicamente divergenti), immissione rapida dei figli in strutture educative assimilanti, ecc. Da un lato, non vanno nascoste le difficoltà di tale operazione per l’impatto sui residenti e per il rischio di rendere troppo attrattivo l’approdo di migranti in Italia. Dall’altro, la convergenza di tanto capitale umano sull’Italia è un’opportunità che non può essere persa enfatizzando politiche solo limitative e difensive: il tema è finanziario e richiede pensiero innovativo.                 

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