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Carlo Pelanda: 2022-8-6Verità and Affari

2022-8-6

6/8/2022

La vera guerra tra blocchi sinorusso e democratico è nell’area grigia

L’invasione di Taiwan da parte della Cina è improbabile nel prossimo futuro perché la sua forza militare è ancora di molto inferiore a quella statunitense. Inoltre, in questo momento di rischio di implosione finanziaria interna e disoccupazione crescente Pechino non può permettersi rischi sull’export. Infatti il vero fronte caldo della guerra tra blocchi riguarda la conquista economica e politica dell’enorme area grigia (circa 5 miliardi di abitanti) tra i due blocchi stessi, ciascuno con 1,5 miliardi circa di persone. Su questo fronte, mentre l’offensiva russa è stata bloccata in Ucraina e la Cina esibisce più fuochi di artificio che sostanza attorno a Taiwan, il complesso democratico sta cedendo terreno e/o non ne sta conquistando abbastanza. Ciò richiede una strategia innovativa.

Ci scrive la sta studiando a partire da un dato/tendenza evidente: nel processo di “deglobalizzazione conflittuale” non è più praticabile il mercantilismo e pertanto le nazioni democratiche che lo adottavano – Germania ed Italia in particolare nell’Ue - hanno necessità che avvenga una “riglobalizzazione selettiva” molto ampia sotto il controllo dell’alleanza tra democrazie che sostituisca l’impervietà crescente dei mercati di Russia e Cina e loro affiliati. Ma l’azione alleata per ottenere la convergenza di Africa, area islamica, Sudamerica, Asia centrale, India e parte del Pacifico insulare mostra difficoltà. Le nazioni dell’area grigia, infatti, interpretano il conflitto tra i due blocchi come opportunità di strappare vantaggi ad ambedue. Ma parecchie di queste nazioni propendono per una neutralità più spostata a favore del blocco sinorusso, per esempio i Brics. Altri mantengono una neutralità cercando di intrattenere buoni rapporti con ambedue i blocchi avversari. Per esempio, l’Arabia saudita non vuole rompere l’accordo Opec + con la Russia – anche perché teme che Mosca venda a sconto eccessivo il petrolio - ma concede all’America un piccolo aumento di barili in cambio della vendita di armi. L’Argentina in guai finanziari (i soliti) e da sempre ostile ai “gringos” è pronta ad aprire alla Cina più di quanto abbia fatto finora. Il Brasile sta oscillando, i piccoli Stati sudamericani e mesoamericani, nonché il Messico, rifuggono l’allineamento con gli Stati Uniti, con l’eccezione del Cile. Lo strategico Sudafrica anche. La Russia ha conquistato il Mali e punta ad estendere la sua influenza nel Sahel, non riducendo quella sulla Libia e sulla Siria. L’Algeria, nazione principale fornitrice di gas all’Italia, tratta con gli europei, Spagna a parte per il suo sostegno al Marocco in conflitto con l’Algeria stessa, ma anche con i sinorussi. Il Corno d’Africa è ormai sotto influenza diretta sinorussa. Il Kazakistan sta tentando una posizione neutrale, ma è troppo a ridosso di Russia e Cina per riuscirci. La Serbia sta riprendendo atteggiamenti ostili e filorussi. La Turchia sta operando come nave corsara cercando una sorta di neutralità tra i due blocchi, per monetizzare una postura mediatrice pur essendo parte della Nato. L’Azerbaijan, da dove parte un importante gasdotto che approda in Italia, si trova addosso la flotta russa del Caspio ed una frizione con l’Armenia che è protetta da Mosca (contro la Turchia): rischio di caos. In sintesi, da un lato il blocco delle democrazie si è compattato come non mai per reazione all’aggressività russa e cinese combinata (Mosca non avrebbe iniziato l’azione in Ucraina se non l’avesse concordata con Pechino), ma non sta riuscendo a contrastare l’azione sinorussa di penetrazione nell’area grigia, pur tentandolo, per esempio le iniziative Ipef e Quad nel Pacifico a conduzione americana, la proiezione dell’Ue verso l’Africa, ecc. Pertanto il G7 deve darsi una mossa.

Quale? L’analisi porta a valutare la creazione di un mercato integrato delle democrazie, lo si chiami Free Community, la cui centrale politica sia capace di negare e/o offrire accessi per condizionare le nazioni esterne, eventualmente includendone alcune. Per inciso, chi scrive ha proposto questa soluzione già in un libro del 2007 (The Grand Alliance, Angeli) ed aggiornata in uno del 2021 (La riparazione del capitalismo democratico, Rubbettino). Tale ipotesi appare promettente perché simulandola si vede l’enorme potenza comparativa di un mercato globale delle democrazie nei confronti di uno sinorusso: sarebbe l’area economica più capitalizzata, industrializzata e militarmente potente del pianeta. L’accesso a tale mercato sarebbe vitale per molte nazioni dell’area grigia e la sua negazione un deterrente formidabile. La potenza finanziaria integrata potrebbe contrastare gli investimenti di conquista che la Cina sta facendo nelle nazioni emergenti. Il condizionamento – non neocoloniale – sarebbe morbido, cioè far rispettare alla nazione interessata gli standard d’ordine che permettono agli investimenti di operare in una zona sicura, escludendo/limitando quelli russi o cinesi. Chi scrive ritiene che questa sia la soluzione preferibile e realistica. Ma al momento America ed Ue non riescono a convergere su questo punto perché a Washington c’è il timore di dover reggere con il proprio deficit commerciale uno sforzo insostenibile sia economicamente sia sul piano del consenso e nell’Ue, pur con un cambiamento di rotta della Germania verso questa soluzione, persistono preoccupazioni protezioniste, il resto degli alleati disponibile. In conclusione, tutti gli esportatori residenti nelle democrazie dovrebbero spingere i governi verso la soluzione detta.                   

(c) 2022 Carlo Pelanda
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