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Carlo Pelanda: 2022-8-28La Verità

2022-8-28

28/8/2022

Serve un fondo d’emergenza paneuropeo

L’Ue ha scagliato la lancia della guerra economica contro la Russia senza organizzare uno scudo per proteggere gli Stati membri da effetti controproducenti e contromosse. Ha creduto che la sospensione del divieto ad aiuti di Stato fino al 2023 più altri finanziamenti decisi in periodo pandemico permettesse agli Stati stessi di sostenere i costi bellici diretti ed indiretti, in particolare l’inflazione energetica, sbagliando. Ha perfino annunciato il distacco a breve termine di gran parte dei rifornimenti dalla Russia e quello totale entro il 2027 non valutando che Mosca vedesse in questa mossa parcellizzata una vulnerabilità, in particolare della Germania, da utilizzare per ricatto. Ed ora la sta utilizzando con la speranza strategica di destabilizzare l’Ue grazie al danno economico crescente per famiglie imprese nell’Europa quasi tutta. Prossimamente ci sarà una valutazione comunitaria per correggere l’inconsistenza strategica che finora ha caratterizzato il complesso delle nazioni europee. Ma sembrano prevalere soluzioni di risparmio energetico, ipotesi di razionamento nel caso peggiore e concetti molto vaghi di tetto al costo del gas. Il punto: non si sente nel linguaggio europeo la soluzione più semplice ed efficace in tempi brevissimi di creare rapidamente un fondo d’emergenza paneuropeo a debito comune che copra i costi dell’emergenza la cui durata è calcolabile come tempo di sostituzione delle forniture dalla Russia con altre fonti e importazioni.

Chi scrive, con l’aiuto del suo gruppo di ricerca, ha simulato un primo scenario grezzo di configurazione di un tale fondo per capirne la fattibilità. I tempi di sostituzione del gas sono stati stimati tra i due e tre anni, ma con effetti calmieranti già attorno ai 20 mesi. Quanti soldi servirebbero per questo periodo di gap energetico? A livello paneuropeo, nel migliore dei casi, circa 200 miliardi, nel peggiore 800 (problemi di contratto/prezzo nei flussi alternativi), nell’intermedio attorno ai 500. Tale variabilità suggerisce un fondo “a fisarmonica” caricabile in base al fabbisogno e svuotabile in caso di situazioni migliori a partire da 200 miliardi immediati. Il soggetto gestore dovrebbe essere la Commissione. La formula: ogni singolo Stato definisce un fabbisogno controllabile e riceve i soldi a pronta cassa per coprire la propria politica nazionale di copertura dello stress per famiglie ed imprese. Per finanziare tale fondo ci sono varie opzioni. Quella preferita dallo scrivente è la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (con 400 miliardi circa di potenziale) in fondo senza condizioni e flessibile d’emergenza dichiarata a livello Ue. Altre centinaia di miliardi, in caso, sono reperibili sul mercato da un’emittente europeo la cui scala può ridurre il costo dell’indebitamento. I soldi erogati agli Stati, poiché di emergenza comunitaria, non vanno computati nei bilanci nazionali. Pur da studiare, in caso di dichiarazione d’emergenza, la Bce potrebbe comprare tutto il debito d’emergenza sterilizzandolo nel lungo termine, generando una massa monetaria specifica e ad autoriduzione nel proprio bilancio. Tante varianti sono possibili, ma allo scrivente preme capire se questo tipo di fondo sia fattibile. Lo è.

E poiché lo è, sono ipotizzabili tre vantaggi oltre a quello di evitare gravi guai economici per famiglie ed imprese: 1) La presenza di un fondo d’emergenza ridurrebbe di molto la necessità per la Bce di combattere l’inflazione, e l’attesa che cresca, mandando il sistema in recessione per ridurre la domanda di energia: l’inflazione sarebbe calmierata dal fondo d’emergenza; 2) I tecnici che accettano la recessione, alzando il costo del denaro, come soluzione ad un problema di inflazione da scarsità dell’offerta (ben diversa da quella da domanda) non calcolano che il capitale utilizzato dalle imprese per coprire costi crescenti combinato con una recessione viene tolto agli investimenti competitivi e di sviluppo, indebolendo tutta la struttura produttiva del continente. Il fondo d’emergenza Ue, invece, la rafforzerebbe; 3) il tetto ai prezzi del gas in Europa verrebbe raggiunto proprio attivando un fondo d‘emergenza, evitando formule strambe o distorsioni di mercato.

Cosa sta bloccando questa soluzione, essendoci evidenze che fin da marzo era oggetto di discussione entro l’Ue? Il blocco è dovuto ad un gap nell’architettura europea: manca un trattato che definisca la configurazione d’emergenza dell’Ue da cui derivare costruzioni rapide di misure come quella detta. Si potrebbe obiettare che c’è una moltitudine di accordi e procedure anticrisi nelle procedure europee. Ma va fatto notare che la concentrazione rapida delle risorse di reattività in un’alleanza tra nazioni che è molta lontana dall’essere una confederazione richiede un atto pre-costituzionale comune ed una dottrina ora inesistenti. Il primo dovrebbe definire i termini per la dichiarazione dello stato d’emergenza. Non essendoci, l’Ue scarica la gestione agli Stati, allo stesso tempo imponendo loro una rigida disciplina fiscale. Aberrazione sarebbe un termine gentile per descrivere questa incompletezza. La dottrina, che è precursore del trattato, al momento non può realisticamente puntare alla confederalizzazione perché Francia e Germania, né altri, vogliono cedere sovranità fino a questo punto. Pertanto la dottrina dovrebbe individuare un modello di “sovranità nazionali convergenti e reciprocamente contributive” in caso di emergenza paneuropea. Ora c’è emergenza evidente per tutti i Paesi e questi hanno un chiaro interesse nazionale a montare rapidamente una tale aggiunta. Lo faranno?    

(c) 2022 Carlo Pelanda
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