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Carlo Pelanda: 2022-8-7La Verità

2022-8-7

7/8/2022

Va accelerata la futurizzazione dell’impresa agricola

L’impatto del cambiamento climatico sulla gestione tradizionale delle risorse territoriali deve portare attenzione e investimenti sull’innovazione dell’azienda agricola per renderla sia produttrice di cibo indipendentemente dalle variazioni meteo sia generatrice di energia nonché sulla riorganizzazione sistemica del territorio per garantire i flussi idrici e le barriere contro fenomeni estremi. Il punto: bisogna prendere una posizione attiva di nuovi ecoadattamento ed ecologia artificiale perché il vecchio ecodattamento, e con esso l’ambientalismo ecoconservatore, è ormai superato. Qualcuno potrebbe dire che è un errore invocare grandi trasformazioni in base ad eventi rari che si verificano sporadicamente, per esempio l’eccezionale siccità degli ultimi mesi in parte dell’Europa. In realtà, il trend del cambiamento climatico è visibile da decenni. La sua accelerazione fa ipotizzare che non dipenda solo dall’effetto serra generato da emissioni antropiche, ma anche, e probabilmente molto di più, da un ciclo caldo periodico del pianeta, come avviene da milioni di anni. Inoltre, stabilito dalle ricerche in materia che la prevenzione non trova consenso se non c’è l’evidenza di un impatto imminente, l’evidenza stessa in forma di danno economico comincia ad esserci e pertanto è il momento giusto per avviare un’ecotrasformazione attiva i cui investimenti richiedono consenso per facilitazioni politiche: può e deve iniziare l’era delle ecopolitiche trasformative.

Soluzioni. Si tratta di combinare ingegneria macroterritoriale e unità di produzione primaria (cibo). In ambedue i campi chi scrive è un dilettante. Ma volonteroso perché da tempo vede una crisi possibile dell’economia primaria con impatto sulla secondaria (industria) e terziaria (servizi) e ritiene che rafforzare la prima sia una priorità per salvare il ciclo sistemico complessivo. Pertanto qui viene usata una competenza di Teoria dei sistemi. Da questo punto di osservazione è necessario che, in una prospettiva pluridecennale, le aziende agricole diventino imprese supertecnologiche. Il criterio dell’indipendenza dalle variazioni meteo richiede l’aumento di cicli chiusi delle produzioni: serre e stalle microclimatizzate, colture idroponiche, verticali e infrastrutturazione dei campi con tubature sia per l’irrigazione millimetrica sia per quella a pioggia a seconda dei prodotti. Il criterio di efficienza specifica richiede che le unità produttive dovrebbero essere autonome per l’energia che serve loro, per esempio pale eoliche, pannelli solari e digestori per creare biogas dai rifiuti agricoli. Per inciso, chi scrive ha studiato sul campo, ringraziando un’industria di sistemi termici veronese per la cortesia, la produzione di idrogeno verde da tali digestori: prima di essere trasformato in biometano il biogas può essere utilizzato per produrre idrogeno, con un risparmio oltre alla pulizia dell’operazione. Tale possibilità si combina con l’efficienza sistemica: consorzi di digestori organici in ogni distretto (e riclassificazione dei rifiuti agricoli per facilitarne il trasporto). Di più: calcoli pur preliminari mostrano che le città con dintorni agricoli strutturati possono ricevere energia in buona percentuale dalle produzioni agricole stesse. Si intravede una nuova dimensione “rurbana” dove il settore primario dell’economia sostiene più decisamente il secondario e terziario. Ma quanto è evoluto il settore agroalimentare per questa ecotrasfromazione? Molto, è un’area che nell’ultimo decennio ha ricevuto e sviluppato molta tecnologia. Ma serve un concetto organizzativo ed una politica facilitatrice per generare la nuova azienda agricola e la rete di esse. In sintesi, non si tratta solo di difesa contro il clima avverso, ma anche di valorizzazione del settore primario.

Fonti d’acqua: qui il tema è sistemico territoriale. Pensando ad una possibile monsonizzazione del clima, servono centinaia di grandi e piccoli invasi in più per la conservazione dell’acqua nei periodi bagnati. E qui c’è già un’ecopolitica in atto, ma andrebbe inserita in un sistema ecotrasfromativo complessivo. C’è anche un rischio di desertificazione. Quindi andrebbero sperimentati dissalatori di nuova generazione e reti distributive che vadano dal mare nell’entroterra. Ciò andrebbe fatto in combinazione con il necessario rifacimento di tutto il sistema di acquedotti italiano che è ormai invecchiato e spreca una grande percentuale di acqua dolce. Contro le bombe d’acqua servono barriere che incanalino i flussi in eccesso. Contro la desertificazione c’è una possibilità da fantascienza: l’albero inverso (sintetico) che raccoglie acqua dall’aria e la trasferisce al terreno. Fertilizzanti? Un uso più efficiente degli escrementi umani ed animali, chimicamente trattati, è all’orizzonte: ciò dovrebbe portare più attenzione alle reti di acque reflue ed al loro inserimento nel ciclo “rurbano”. Parassiti? Il riscaldamento e i flussi globali portano bestie nuove in habitat non adattati: ciò richiede soluzioni biochimiche ed ingegneria genetica vegetale nonché più medicina tropicale per gli umani. Tale evoluzione dell’impresa agricola e dei suoi dintorni di distretto implica maggiore conoscenza scientifica distribuita e quindi la qualificazione cognitiva degli operatori. Ma implica anche più informazione di contingenza: qui si propone HOMIT (Modello olistico dell’Italia) che organizzi tutte le info da sensori terrestri, aerei e satellitari che sono rilevanti per la gestione efficiente del territorio.

La speranza è che la sperimentazione di un HOMIT acceleri la creazione di HOME (Modello olistico della Terra). Utile anche per separare le ecofesserie dall’ecorealtà.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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