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Carlo Pelanda: 2022-8-21La Verità

2022-8-21

21/8/2022

Verso la bonifica dell’influenza imperiale cinese in Italia

Il Copasir, una delle poche istituzioni italiane che nel presente funzionano bene e serve l’interesse nazionale con metodo multipartitico, trasferendo in modi appropriati le informazioni dei servizi segreti al Parlamento ed al pubblico, avverte esplicitamente che l’influenza della Cina in Italia è ancora forte ed implicitamente la segnala come pericolosa. Il tema va approfondito. Chi scrive sta pensando a come impostare una bonifica dell’Italia dall’influenza cinese, in parte iniziata su pressione statunitense, crescente da circa il 2018 in poi, ma ancora lontana dal completamento.

Va annotato che la penetrazione del regime nazionalsocialista cinese in Italia è antica e, soprattutto, favorita dai vertici istituzionali molto di più che in altre nazioni bersaglio da parte dell’espansionismo di Pechino. Infatti Primi ministri, ministri e una moltitudine di funzionari italiani fin dagli  anni ‘90 e più intensamente dal 2014 in poi, hanno intrecciato accordi formali e informali con Pechino. Questa attività non e’ stata necessariamente tutta colpevole perché era guidata da un formulazione dell’interesse nazionale che dava priorità al mercantilismo, cioè a una politica neutralista che collocava l’Italia in posizione di poter vendere e siglare contratti in tutto il mondo (a parte quelli militari attentamente vigilati dalla Nato) senza vincoli di schieramento geopolitico. Nel 2014, infatti, Roma mise in priorità la competizione con Germania, Francia e Regno Unito per essere parte della Via della seta e penetrare il mercato asiatico via istituzioni sinocentriche. Per esempio, su questa base non possiamo imputare al Quirinale di aver dato una dimostrazione di estrema sudditanza al potere cinese in quanto la politica del tempo lo costringeva alla convergenza con un regime autoritario, salvando la faccia solo chiedendo ai cinesi, che ridacchiavano, di poter richiamare Pechino al rispetto dei diritti umani. Anche perché il Vaticano premeva per tale convergenza in quanto aveva offerto l’Italia a Xi Jinping in cambio di concessioni alla Chiesa in Cina. Quando Xi visitò l’Italia andò in Sicilia non solo per predisporre l’acquisto di una zona portuale, ma visitò anche una chiesa di alto valore simbolico per dare al Vaticano un segnale di disponibilità. Per inciso, chi scrive - scosso dalla vergogna di vedere la propria nazione offrire i posteriori al dragone nazista - chiese ad un politico importante del tempo: “il Giappone ha abbandonato la dottrina mercantilista (Fukuda, 1977) per schierarsi con il mondo della democrazie nonostante il danno economico che ciò comporta e noi invece ci cinesizziamo? Risposta: “un competitore in meno”. Infuriato, chi scrive volle capire di più lo status del gruppo di sinistra che lo sosteneva e lo trovò incentivato dagli agenti di influenza cinese. Ma il modello cinese di penetrazione nelle democrazie ricorre solo un minimo alla corruzione diretta affidandosi a quella indiretta, da intendere come vantaggi offerti nel mercato interno cinese, ed alla relazione confidenziale con i vertici governativi. Nelle liste dell’alleanza democratica che individuano gli agenti di influenza reclutati dalla Cina, infatti, appaiono pochi italiani perché Pechino non ne aveva bisogno: si era messo in tasca il governo, dando in cambio turisti e varie promesse di business ed investimenti.

Danni. L’apertura alla Cina è costata all’Italia il furto di parecchie tecnologie innovative sviluppate dalle piccole imprese, dalla ricerca universitaria (eccellenza mondiale in parecchi settori), ecc., il cui impatto si tradurrà in perdita di competitività del sistema Italia. Peggio sta andando alla Germania: la Cina ha ormai copiato, rubandolo, tutto quello che poteva copiare e d’ora in poi non avrà più bisogno di importare da Berlino, ma si metterà in concorrenza con la tecnologia tedesca. Un danno potenziale per fortuna bloccato è quello di costringere una nazione importante nella Ue e nella Nato a non nemicizzare il regime cinese. Alcuni dati mostrano però che la Cina non ha rinunciato a reclutare l’Italia nonostante lo stop attuale. Preme su alcuni media, su collaborazioni culturali, vuole collocare centri di ricerca tecnologica in Italia, ecc., perché la ritiene il ventre molle dell’alleanza tra democrazie. E ha motivo per ritenerlo in quanto parecchie aziende sono ormai incastrate o nel mercato o nella proprietà cinese, e queste premono sul governo per aperture a Pechino, e parecchi filocinesi sono ancora presenti nel sistema politico italiano, basti pensare alla connivenza esplicita tra il vero leader dei 5 stelle e l’ambasciata cinese e ai tanti della sinistra che, pur ora silenziosi, hanno un storia di relazioni opache con Pechino. Il centrodestra? Ha molto meno presenza filocinese perché il potere vero in Italia lo ha sempre avuto la sinistra ed è stato meno corteggiato dai reclutatori. Inoltre, Pechino ha una strategia per i Balcani occidentali ed il Mediterraneo che fornisce un motivo per investire su una non ostilità dell’Italia.

Chi scrive non vuole imputare la politica italiana per le relazioni con la Cina del passato, ma la accusa di non aver valutato a sufficienza la relazione con un potere imbroglione, ladro e con intenti di sottomissione.Non vuole nemmeno nemicizzare la popolazione cinese, che un giorno andrà liberata dalla dittatura. Come, allora? Con un governo che affermi più decisamente l’appartenenza dell’Italia al mondo delle democrazie e controlli con più attenzione le dipendenze dall’esterno.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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