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Carlo Pelanda: 2022-5-8La Verità

2022-5-8

8/5/2022

Il dialogo tra Draghi e Biden sarà ampio

L’incontro del 10 maggio tra Mario Draghi e Joseph Biden è stato presentato dagli uffici stampa sia di Palazzo Chigi sia della Casa bianca come una consultazione normale tra alleati sui dossier critici del momento, dalla gestione della crisi ucraina fino ai temi ambientali. Ma chi scrive ritiene che l’incontro sarà più importante. Tale ipotesi è corroborata – sospetto personale – dalla insistenza con cui Giuseppe Conte ha chiesto una riunione parlamentare prima di questa visita allo scopo di abbozzare un mandato condizionante per il premier, considerando che Giuseppe Grillo è un sostenitore degli interessi cinesi in Italia. Forse. Ma se fosse così, il timore cinese sarebbe giustificato: Draghi si presenta a Biden come attore politico che ha già decinessizato sostanzialmente, pur non ancora completamente, l’Italia nonché marginalizzato o costretto ad una conformità atlantica i portatori di interessi della Russia. Tale postura è un prerequisito per poter dialogare in pieno con l’Amministrazione Biden – che per la sua debolezza è molto influenzata dalla burocrazia imperiale statunitense – in quanto i precedenti governi italiani si sono aperti troppo all’influenza cinese e russa e ciò, finora, è stato un limite per la convergenza bilaterale. Ora questo limite, a parte una spiegazione più chiara dello intenzionalmente ambiguo (da parte italiana) Trattato del Quirinale con la Francia di cui Washington non si fida, non c’è più e quindi il dialogo tra America ed Italia sarà diverso dal solito, cioè più ampio e confidenziale.  

Ipotesi. Chi scrive immagina che il competente sistema di sicurezza italiano stia lavorando da tempo con quello statunitense per rimettere in ordine la Libia, bonificandola dalla presenza russa (che per altro è in riduzione) e ottenere una stabilizzazione che permetta a Roma di contare sulla ripresa a pieno regime del flusso di petrolio e gas da quel territorio. In tale azione va inclusa anche la Turchia che, diversamente da quanto pensato comunemente, non è un dominio totale di Recep Erdogan perché una parte sostanziale del suo apparato militare e di sicurezza è in collaborazione costante con gli Stati Uniti. In generale, la messa in sicurezza del Mediterraneo costringe l’Italia a costruire un accordo forte con gli Stati Uniti sia militare sia di azione diplomatica convergente in tutta l’area perché l’azione dell’Ue, qualora vi fosse la volontà, non sarebbe sufficiente, pur sperando Roma in una cooperazione rafforzata con la Francia sotto ombrello americano, ma osservando che Parigi tale ombrello non lo gradisce del tutto. Poi da un paio di mesi c’è il problema di mettere in sicurezza anche l’Africa atlantica ed il Mozambico, nonché le rotte dal Quatar, perché l’Italia ha esteso il raggio dei suoi rifornimenti di energia fossile e minerali critici, ma non è in grado da sola di proteggerli né di sperare nell’ausilio reale di forza armata Ue, pur sempre confidando in missioni italo-francesi localizzate: la sicurezza reale dipende dall’ombrello statunitense, includendo quello britannico, con un’interazione con l’alleanza dell’Indo-Pacifico  per le rotte dal Golfo e via Mar Rosso. Chi scrive ritiene che il tema verrà toccato. Ma cosa potrà dare l’Italia in cambio di un eventuale maggiore sostegno statunitense? Più flotta e truppe speciali e più presidio del Mediterraneo e dell’Africa, e forse delle rotte artiche che diventeranno il punto più critico del pianeta, per permettere all’America di concentrare più risorse di sicurezza nell’Indo-Pacifico dove la frizione con la Cina si sta scaldando. Un accordo tra Giappone e Italia (tra cui cresce la convergenza) forse sarebbe gradito dall’America a condizione che venga supervisionato da Washington. Il tutto è materia delicata anche perché l’Italia non può staccarsi troppo dalla politica Ue essendo l’alleanza con l’America e quella europea i due moltiplicatori della piccola forza nazionale, ma con raggio geoeconomico globale, di Roma. Vedremo.

Sul tema ucraino probabilmente il consulto toccherà il problema se ridurre o meno le sanzioni economiche alla Russia in caso di tregua nella guerra cinetica, ma senza decisioni. Consulti anche su temi ambientali, contenuti dell’agenda G7, e forse un’opinione di Draghi come banchiere centrale sul non esagerare nel rialzo dei tassi del dollaro per non mettere in difficoltà la Bce e, conseguentemente, l’Italia alle prese con il rischio di un rialzo destabilizzante del costo di rifinanziamento del debito. Ma, mettendosi nei panni dell’americano, chi scrive immagina domande piccanti all’italiano. Una potrebbe riguardare la postura estera di Roma dopo le elezioni 2023 dove c’è il rischio che le influenze cinesi e russe non ancora del tutto bonificate possano trovare nuova vitalità e quelle francesi, ormai consolidate, nuova forza. Il punto: Draghi è una garanzia, resterà in qualche modo o no? Forse il premier dirà che Sergio Mattarella è la garanzia, perpetuando la scelta di un ministro della Difesa solidamente atlantista e di un ministro dell’Economia gradito all’Ue, Washington interessata al primo. I due parleranno di un eventuale ruolo Nato del nostro premier? Possibile, ma chi scrive valuta che a fine anno vi sarà il secondo summit globale delle democrazie, il primo è stato organizzato dall’America nel dicembre scorso con circa 110 nazioni, sia democrazie sia nazioni dichiarate compatibili, con la missione di dare una struttura al complesso democratico globale. Sarebbe un onore per l’Italia, con vantaggio indiretto geopolitico, se Biden proponesse a Draghi di diventare il primo presidente di tale organismo, nel giugno 2023, e questi accettasse.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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