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Carlo Pelanda: 2022-3-20La Verità

2022-3-20

20/3/2022

L’Italia deve prepararsi a partecipare con vantaggio al riarmo europeo

Nel mondo è in atto una deglobalizzazione conflittuale e una riglobalizzazione selettiva da parte delle democrazie che ha lo scopo di rendere sicura e ampia l’area/mercato internazionale delle democrazie stesse, compattandole, contro l’aggressività del blocco sinorusso. Entro questo movimento l’Ue, spinta in particolare da un cambio di posizione della Germania a seguito della guerra in Ucraina, ha rinunciato in poche settimane ad una postura neutralista e mercantilista e si è schierata nettamente con il complesso democratico internazionale: ciò implica un riarmo dell’Ue stessa a cui l’Italia dovrà partecipare, dandosi nuove capacità di pensiero strategico.

Il primo tema (macro) riguarda il raggio di un apparato militare europeo. Poiché il distacco dai rifornimenti di materie prime dalla Russia – energia fossile, beni agricoli e minerali critici – richiede rifornimenti delle stesse dal Mediterraneo, Africa e Sudamerica, in condizioni di possibile contrasto da parte di Cina e Russia, è evidente che il riarmo debba puntare ad una capacità di intervento globale. Emanuel Macron ha finalmente detto una cosa sensata: l’Ue dovrà essere pronta a combattere, per prevenirla, una guerra a livello massimo di intensità. Secondo punto: con quale livello di integrazione ed interoperabilità con l’America ed altri alleati? L’Ue è troppo piccola per pensare di attuare da sola un presidio globale e l’America, pur superpotenza, non è più così grande (e disponibile) da poter proteggere l’Europa occidentale e il suo contorno di interessi geoeconomici. Pertanto i sistemi militari dovranno essere interoperabili (come lo è già nella Nato) e la politica di impiego dovrà prevedere sia azioni gestite da tutta l’alleanza sia una divisione concordata del lavoro, per esempio l’America più nel Pacifico e l’Ue più nel Mediterraneo e nell’Atlantico, nell’ambito di un ombrello comune aereo, spaziale (orbitale ed extra) e di potere cibernetico. Ciò è richiesto dal fatto che la scala del potere militare cinese, in prospettiva, anche ipotizzando che il contributo del vassallaggio russo sia un fenomeno di breve-media durata, è tale da richiedere una compattazione militare di tutto il G7, allargato. Poiché ciò è evidente, lo scenario è molto probabile vada in questa direzione. Per inciso, ai colleghi universitari chi scrive offre il titolo di una nuova dottrina da elaborare per la compattazione delle democrazie: il modello di sovranità convergenti e reciprocamente contributive. Agli attori di mercato offre il concetto di “safe zone” per le operazioni industriali e finanziarie, cioè l’individuazione di dove il business possa essere sicuro e dove no, che dovrebbe spingerli a fare pressione sulla politica per creare un sottostante di mercato ad integrazione e standard crescenti nel perimetro di un G7 sempre più allargato e difeso congiuntamente dalle sue nazioni. Anche se lo scenario va in questa direzione, il pensiero strategico nelle democrazie è ancora lontano da queste elaborazioni e il concetto va accelerato. L’Italia non deve avere timidezze perché la nuova situazione le toglie lo status di nazione sconfitta nella 2° Guerra mondiale, così come alla Germania.

Il riarmo collaborativo dell’Ue è materia complessa. Non tanto nella sua prima fase finalizzata a migliorare l’efficienza degli apparati militari nazionali già esistenti, con alcuni settori potenziati ed organizzati per proiezioni di potenza congiunta. Ma sarà complicata la fase di nuovi progetti per armi globali e di superiorità. E lo sarà in particolare per l’Italia. Da un lato, lo stanziamento di 100 miliardi in Germania per il riarmo ha ridotto la pressione della Francia, pur questa stanziando 50 miliardi, per conquistare l’industria militare italiana, anche annullando di fatto parti del Trattato del Quirinale perché Parigi non può più pretendere il primato degli affari militari europei e avvantaggiarsi di un profilo non militarizzato di Berlino: Il riarmo Ue implica un gioco multiplo e non solo gestito dai francesi. D’altro lato, potrebbe aumentare la compressione dell’Italia da parte franco-tedesca. E ciò potrebbe succedere se l’Italia non riuscisse a darsi una strategia ben definita. Il punto richiede un chiarimento: gli investimenti in sistemi militari tendono a concentrare capitale su innovazioni che poi hanno ricadute moltiplicate nel settore civile, costituendo un enorme traino tecnologico all’economia. Inoltre l’aumento della spesa militare tende ad avere effetti simili al welfare perché offre più lavori e alcuni più qualificati (industrie, università, operatori). Pertanto chi la critica sostenendo che è un salasso per l’economia sbaglia. Ovviamente la spesa di investimento futuro (la creazione di nuove armi richiede 15-25 anni) va organizzata per anche ottenere ricadute civili. Qui un punto critico: l’Italia dovrà avere una capacità nazionale, che ora è sparsa, per capire in quali programmi inserirsi per maggiore utilità sia militare/politica sia economica. Tema caldo sarà il progetto inglese-italiano-svedese (Tempest) di un caccia di 6° generazione in concorrenza con quello franco-tedesco-spagnolo. Caldissimo sarà anche quello degli incroci industriali euroamericani e il livello di concorrenza tra loro. Ancor più caldo quello di quale industria nazionale entro l’Ue faccia da general contractor per programmi europei a cui contribuiscono i 27 perché l’Italia ha aziende per lo più geniali, ma piccole. In sintesi, l’Italia deve imparare a collaborare conquistando la leadership in alcuni europrogrammi innovativi e con impatto sistemico. Non è pronta sul lato della politica ed è urgente che lo diventi.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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