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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2013-9-16

16/9/2013

La soluzione deve essere rapida

Che Verona, città e provincia, sia compatta nel sostenere la continuità degli impianti Ilva non è solo un atto di solidarietà e di difesa del buon senso, ma anche uno di razionalità economica. Sabato pomeriggio ho avuto modo, grazie alla cortesia dei dipendenti che presidiavano la fabbrica, di poter valutare la dimensione economica della questione. Se l’impianto veronese chiudesse, l’impatto sarebbe pesantissimo: non solo circa 500 disoccupati, ma gravi difficoltà anche per centinaia di piccole aziende ed artigiani, nonché per tanti trasportatori. Il tipo di attività degli impianti, infatti, implica una vasta area di indotto, per lo più concentrato nel territorio veronese. In sintesi, il rischio è misurabile in migliaia di posti di lavoro, con una catena di conseguenze negative molto ampia: gli impianti Ilva sono un elemento portante e non uno secondario dell’economia locale. Per questo tutti i veronesi hanno un interesse diretto al buone esito della vicenda. Le buone notizie sono due: (a) governo nazionale ed autorità locali, nonché sindacati e Confindustria, si sono impegnati credibilmente per trovare soluzioni di continuità a tutto il sistema Ilva, tra cui la fabbrica veronese; (b) la magistratura ha chiarito che non c’è alcun ostacolo per la continuità stessa, pur l’attività del gruppo Riva condizionata dall’azione della Procura di Taranto finalizzata a tenere sotto controllo i beni della famiglia Riva nella prospettiva di coprire i costi della messa in sicurezza ambientale degli impianti tarantini e di eventuali risarcimenti. Ma la rapidità della soluzione sarebbe la buona notizia più importante. Il tipo di attività, infatti, è vulnerabile a periodi di interruzione, anche non lunghi. Da un lato, il lavoro c’è, anche se non a pieno a regime. Vista la ripresa, pur poca e lenta nei prossimi mesi, certamente la domanda dei prodotti fatti dagli impianti veronesi potrà aumentare. D’altro lato, un’interruzione di solo poche settimane dell’attività provocherebbe gravi problemi, per esempio meno ordini perché chi ha bisogno di questi prodotti non può avere incertezze sulla consegna e, anche a costo di spendere di più, deve rivolgersi ad altri fornitori, per lo più, all’estero. Questo è il motivo per cui sospendere l’attività, mettere in cassa integrazione il personale ed aspettare che si chiarisca il quadro legale prima di riprendere le produzioni vorrebbe dire far morire comunque l’azienda. Pertanto non c’è solo bisogno di un soluzione, ma di una rapidissima nel giro di pochi giorni. Cerchiamo tutti di essere una fabbrica di buon senso pratico.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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