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Carlo A. Pelanda
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La Verità

2020-4-26

26/4/2020

Possiamo fare da soli se la Bce estende le garanzie sul debito

Nel mondo l’Italia è tra le prime dieci economie, la quinta esportatrice, la seconda manifatturiera in Europa. E’ il terzo contributore netto al bilancio dell’Ue. Ha una quantità di risparmio e patrimonio privato tra le più elevate del pianeta. Da un lato, è in declino industriale dagli anni ’70. Dall’altro, la tendenza implosiva della grande industria è stata bilanciata dal fiorire di quella piccola e media internazionalizzata. In sintesi, l’Italia è una nazione ricca. Perché mai, allora, si pone verso l’Ue e il mondo come nazione povera che ha bisogno di aiuto, perdendo reputazione e posizioni di vantaggio? Certamente l’influenza dei comunisti/statalisti - pesante dagli anni ’70 in poi – ha trasformato in senso socialista e burocratico il modello economico. Ciò ha spostato il ricco ciclo del capitale nazionale verso la dissipazione e lo ha reso insufficiente a finanziare garanzie eccessive, causa dell’indebitamento crescente. Infatti l’Italia è una nazione dove la ricchezza viene sprecata. Ma una società forte e imprenditoriale, in particolare al Nord, è riuscita comunque a riprodurla nonostante un debito enorme che la brucia. Poi la tragedia: l’entrata nell’euro mantenendo la sovranità sul debito, ma cedendola sui mezzi per ripagarlo (moneta, bilancio e cambio). L’euro va bene come strumento per creare un grande mercato unico regionale dove vendere di più e fluidamente. Ma per starci comodi bisognava entrarci un 10-15 anni dopo, nel frattempo dimezzando via sovranità monetaria e di bilancio il debito. Ora il “meno” del debito sovrasta il “più” della ricchezza nazionale e ciò crea l’immagine di un Italia malata. Ma in realtà è ricca e può fare molto con mezzi propri.  

Il capirlo è doppiamente importante nelle contingenze perché soldi dall’Europa non ne arriveranno, se non briciole, e saranno a debito in una situazione in cui l’Italia non può permettersi di aumentarlo troppo senza garanzia di ultima istanza. Ma quanto possiamo fare da soli? Sul piano del debito possiamo farne tanto quanto la Bce lo coprirà. La previsione, già documentabile da atti reali, è che ne coprirà tanto. Tuttavia all’Italia, come ad altri, non solo servirà un ampio ombrello Bce, ma anche che questa trattenga nel suo bilancio il debito italiano sia extra sia quello già comprato in precedenza, per decenni, di fatto sterilizzandolo. Tale punto è fondamentale per permettere allo Stato italiano di fornire più capitale “a perdere” a chi ne ha bisogno e non potrà ripagarlo senza correre il rischio di un fallimento differito. Mentre la Bce riesce a forzare il suo statuto restrittivo per operazioni di breve termine, non ha ancora questa facoltà nel lungo. Ma si può insistere con mezzi negoziali riservati. Uno polemico: si calcola la monetizzazione del debito fattibile in sovranità monetaria e la si compara a quella applicabile dalla Bce: se c’è un gap, allora emerge un motivo per il ritorno alla sovranità stessa o per il ritiro dei contributi italiani all’Ue. Ma è meglio quello non-polemico perché la Bce potrebbe dire che tale operazione fatta dalla sola Italia sarebbe penalizzata dalla piccola scala, mentre se attivata dalla Bce stessa avrebbe spalle più larghe e più spazio di sterilizzazione. E’ vero. Quindi per l’Italia è conveniente negoziare il supporto della Bce (che per il 17% è proprietà italiana) convergendo per capirne i limiti allo scopo di calibrare il fabbisogno a debito con una mobilitazione di capitale nazionale non a debito. In Italia ci sono circa 1.200 miliardi di liquidità, non investita, sui conti correnti. Incentivarne almeno 200 a confluire su un “fondo di fondi” nazionale di investimento, con status speciale, dedicato all’economia reale, con remunerazione proporzionale al rischio, non dovrebbe mettere in difficoltà le banche depositarie né i gestori del risparmio. Chi guiderebbe la veicolazione di tale liquidità? Non la politica, ma un gruppo di manager esperti sotto la supervisione diretta e rafforzata di Banca d’Italia e Consob. Pertanto la formula fattibile per reagire alla recessione profonda in atto e al rischio di depressione duratura senza poi morire di debito è: (fino a) 70 miliardi di extradebito pubblico coperto dalla Bce, una cui parte lo Stato può erogare con formula risarcitoria, cioè a perdere, più 200 miliardi privati e non a debito per investimenti di ristrutturazione e sviluppo aziendale. Servirà anche la concentrazione di capitale pubblico in un fondo sovrano per infrastrutture e nazionalizzazioni d’emergenza, se ne sta parlando, sui 50 miliardi. Con 320 miliardi veri e sonanti, sia per sostegni sia per investimenti, certamente ne usciremo bene nel 2021. Questa formula renderebbe inutili le penose richieste “mediterranee” di eurobond, di prestiti dal Mes, e limiterebbe il fabbisogno di trasferimenti straordinari dal bilancio Ue. Inoltre definirebbe realisticamente le missioni di Stato e mercato: il primo fornisce garanzie, il secondo ricchezza. Si consideri poi che la mobilitazione del capitale privato, incentivata e non forzata, allontanerebbe il pericolo di tasse patrimoniali o prelievi forzosi sui conti. Semplificando, la formula giusta è la convergenza tra Bce e capitale privato, cioè tra due fonti di soldi veri. Ma il capitale privato italiano non si fida degli strani ora al governo: il Quirinale, come garante politico di ultima istanza, dovrebbe capire che per mobilizzare i tantissimi soldi residenti in Italia ci vuole un governo a cui poter dare fiducia.

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