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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2019-10-21

21/10/2019

L’Italia in declino

Nel recente scenario del Fondo monetario internazionale sull’andamento dell’economia mondiale, che ne rileva un preoccupante calo, si trova un’inusuale attenzione sul caso specifico dell’Italia: da decenni il Pil è stagnante e il debito crescente e pertanto Roma dovrebbe mettere in priorità una politica economica discontinua di forte spinta alla crescita che migliori il rapporto debito/Pil per evitare guai a sé stessa e al mondo. Per inciso, è umiliante – nonché dannoso per il “marchio Italia” - sentirsi classificare, pur con linguaggio indiretto, tra le mine del mercato mondiale. Ma è ancora peggio dover annotare, valutando il progetto di bilancio, che anche nel 2020 l’Italia sarà stagnante per assenza di stimoli fiscali alla crescita aggravata da aumenti delle tasse. Sulla riduzione del debito il governo ha una posizione di silenzio assoluto come se non avvertisse il rischio – sottolineato dal Fmi – di non poter accendere spesa pubblica d’emergenza se il peggioramento del ciclo esterno avesse un impatto recessivo interno.  Detto altrimenti, con un debito verso il 135% del Pil l’Italia non ha spazio di bilancio per spesa pubblica anticiclica in deficit. Probabilmente il governo confida sul fatto che l’intervento della Bce – ripresa di acquisto degli eurodebiti – riduca il costo annuo del debito italiano (ora sui 60 miliardi) permettendo qualche risparmio e su un premio per la convergenza europea dopo la divergenza di quello precedente. Inoltre, la Francia - richiamata all’ordine dal Fmi come la Spagna - sta aumentando il debito più dell’Italia, facendo ipotizzare una minore pressione rigorista dell’Ue sull’Italia stessa. Non è un calcolo del tutto sbagliato, ma i vincoli europei presidiati dai Paesi nordici resteranno comunque stringenti, l’ombrello Bce produce distorsioni (tassi negativi) nell’Eurozona più solida che lo ridurranno e a ogni favore di flessibilità chiesto dall’Italia corrisponderà un prezzo geopolitico o industriale. Non è un bel quadro per l’economia e gli interessi nazionali. Ma i partiti hanno priorità elettoralistiche di breve e il governo quella di mantenere coesione via compromessi che non tengono conto della necessità di una svolta nell’economia, di un riequilibrio finanziario e di aumentare la solidità percepita dell’Italia per darle più potere negoziale entro l’Ue e fuori. In queste condizioni il declino della ricchezza nazionale residente potrà restare lento, ma non essere invertito. Ci vuole una novità

(c) 2019 Carlo Pelanda
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