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Carlo A. Pelanda
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La Verità

2019-6-23

23/6/2019

L’Italia sotto ricatto

La procedura di infrazione per indebitamento eccessivo è stata avviata dalla Commissione non solo per azzerare, via ricatto, il peso dell’Italia nei giochi per la nomina dei vertici europei, ma anche per condizionarla al riguardo dei programmi futuri dell’Ue, sia tecnologici sia geopolitici, ed eventualmente, se necessario, forzare la caduta del governo eurodivergente. Questo “piano A” trova indizi nell’attivazione, da parecchi mesi, del “piano B” da parte di Parigi e, pur meno, di Berlino: includere la Spagna come membro minore nel duumvirato franco-tedesco per poter escludere l’Italia eurodivergente dall’influenza europea. Dopo la sconfitta delle forze eurocritiche nelle elezioni per il Parlamento europeo e la probabile formazione di una maggioranza composta da socialisti, popolari e liberaldemocratici – a cui si è associato il partito di Emmanuel Macron – non c’è più l’urgenza di escludere-sostituire l’Italia perché è rimasta senza peso politico. Ma la sensata, orgogliosa e tecnicamente solida lettera inviata da Giuseppe Conte, con contenuti euroriformisti anticipati da Paolo Savona nella sua lettera ai governi europei dell’autunno 2018, dove si chiedeva all’Ue una sostanziale modifica delle regole sbagliate, ha riproposto il problema di condizionarla per evitare che l’Italia insista su una richiesta che implicherebbe la modifica dei trattati, opzione considerata destabilizzante. Per questo alla richiesta italiana di portare il tema della procedura di infrazione dal livello dei numeri a quello dell’architettura ordinativa europea c’è stata una risposta negativa da parte dei governi europei, anche quello tedesco che è in frizione con la Francia ed è più disposto ad essere morbido con l’Italia, ma non sulla questione del debito. Chi, esattamente, sta conducendo l’azione di condizionamento? Tutti gli indizi portano a Parigi. Macron, o qualcuno per lui, ha da tempo incentivato Pierre Moscovici ad un atteggiamento duro verso l’Italia offrendogli uno stipendio dopo la fine del suo mandato nella Commissione. E’ interessante annotare che tale azione non è stata fatta in gran segreto, ma è stata lasciata abbastanza aperta per far sapere chi veramente comanda e a chi l’Italia deve arrendersi. Se la lettera di Conte aveva l’intento di offrire una rinuncia dell’Italia a insistere sulla modifica delle regole europee in cambio della cancellazione della procedura di infrazione, allora tale scambio non ha funzionato, al momento. Forse perché l’Italia ha anche tentato dissuasioni laterali, per esempio minacciando azioni contro paradisi fiscali quali il Lussemburgo, fatto che evidentemente ha allarmato il lussemburghese Presidente della Commissione (fino a ottobre) Jean Claude Juncker incentivandolo a tenere una posizione dura della Commissione stessa (nonché dell’Olanda) contro l’Italia. Forse perché non è stato un sufficiente segnale di resa alla Francia, nonostante l’inusuale visita di Sergio Mattarella a Macron con la scusa delle celebrazioni vinciane. Il punto: bisogna arrendersi in modo più convincente oppure tentare un’altra strada?

Per inciso, bisogna considerare che come la procedura ha motivi politici, anche l’evitarla ha solo un modo (geo)politico perché è vero che l’Italia non rispetta le regole del debito pur essendo virtuosa e con punti di forza superiori agli altri europei (debito privato inferiore, avanzo primario positivo, saldo commerciale attivo, ecc.).

L’altra strada ha diverse stazioni. La principale è quella di far litigare Francia e Germania, che sono in frizione forte su alcuni dossier. Berlino teme molto più di Parigi un contenzioso commerciale con gli Stati Uniti e qui Roma potrebbe esplorare un aiuto statunitense: America più morbida con l’Ue a patto che l’Italia sia trattata meglio, oltre a una convergenza tedesca pro-atlantica che Berlino è incline a valutare, eventualità che marginalizzerebbe la Francia e le sue pretese post-Nato. Roma dovrebbe dare in cambio truppe alla coalizione che l’America sta pensando di costruire contro l’Iran, mostrare la capacità (di spesa e politica) di prendere una posizione forte nel recente programma spaziale Nato, trainando altri europei, e altro non facile. Ma è un’opzione tentabile, certamente più fruttifera di quella arrendevole. Tuttavia, ci sarebbe in realtà un modo non-geopolitico per uscire dai guai.  Mi chiedo e chiedo a tutti voi: non sarebbe più semplice e meno conflittuale annunciare un’operazione sovrana “patrimonio pubblico contro debito” per ridurlo tra i 200 e 400 miliardi in modo credibile, visto che è tecnicamente possibile? Nulla è meglio che il togliersi dalla ricattabilità, recuperare risorse proprie di sviluppo e sedersi al tavolo europeo con una forza nazionale capace di proporre sul serio e non per finta le ottime idee di riforma, contenute nella lettera Conte, del sistema europeo allo scopo di renderlo luogo comodo per tutti.

(c) 2019 Carlo Pelanda
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