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Carlo A. Pelanda
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La Verità

2019-5-12

12/5/2019

Il negoziato commerciale con l’America sarà più (geo)politico che tecnico

Cosa possono imparare l’Ue e l’Italia dall’analisi della strategia statunitense usata nelle trattative commerciali con la Cina in vista del negoziato doganale Ue-America sotto la minaccia di dazi?

Nei sei capitoli del negoziato sino-americano, in atto da mesi, Pechino aveva accettato e perseguito quelli relativi all’azzeramento reciproco (quasi) dei dazi, e tenuto in sospeso quelli relativi alle garanzie giuridiche per gli operatori americani nel mercato cinese, la fine dello spionaggio tecnologico nonché l’abbandono dell’industria di Stato. Recentemente Xi Jinping si è reso conto che non c’era possibilità di trovare un compromesso tra richieste americane di un cambiamento normativo e politico del sistema cinese e la resistenza del Partito comunista a riforme che ne avrebbero indebolito il controllo totale sul sistema stesso. Con la complicazione che Xi, dopo la sua trasformazione monocratica, nel 2017, del modello di governance politica bilanciata e, soprattutto, dopo la rimozione di migliaia di funzionari divergenti o troppo ricchi con la scusa dell’anticorruzione, in particolare militari, si trova esposto alla defenestrazione da parte dell’apparato e dei marginalizzati al primo errore e/o perdita della faccia. Per tale motivo ha inviato una lettera “carina” a Donald Trump con lo scopo, tra le righe, di addolcire la rottura delle trattative, e di non interromperle del tutto, per non far crollare le Borse. Trump, per lo stesso motivo, ha confermato i dazi su 200 miliardi export cinese, ma lasciandone fuori più di 300, permettendo esenzioni alle aziende statunitensi che si sentono danneggiate e confermando che le trattative continueranno. Inoltre ha salvato la faccia di Xi Jnping ordinando alla delegazione statunitense di coprire una posizione di fatto bellica mostrando il massimo rispetto a quella cinese. Infatti i mercati non hanno scontato un’escalation estrema del conflitto sino-americano. Ma quello che qui interessa è che Trump ha posto condizioni a Xi Jinping che già sapeva essere inaccettabili. Ciò segnala che l’America sta perseguendo come priorità strategica il soffocamento della Cina e non solo il riequilibrio commerciale, cercando di convincere Xi ad accettare il ruolo di potenza inferiore, contro il suo disegno di potenza primaria nel Pacifico e non sfidabile nel globo, se vuole restare al potere e non essere eliminato da una crisi economica interna. Sta usando, cioè, una strategia di “condizionamento politico” e non di solo “contenimento”. Vedremo come evolverà in relazione alla controreazione della Cina.  Ma è già chiaro che la nuova “grand strategy” statunitense punta a ricostruire il “signoraggio geopolitico” globale dell’impero americano contro l’emergere di quello cinese e la formazione di una Ue divergente dall’America.

Il punto: ciò fa ipotizzare che l’Ue, se vuole evitare dazi, deve inserire nel negoziato doganale non solo temi di riequilibrio commerciale - ora i flussi sono totalmente sbilanciati a favore dell’export europeo - ma, soprattutto, deve dare una prova di convergenza geopolitica all’America. In questi giorni i funzionari della Commissione stanno predisponendo la trattativa tecnica stando attentissimi a non dare scuse per atteggiamenti americani aggressivi. Ma questi non possono dare un segnale politico. La Germania è pronta a darlo, ma l’America non si fida avendo annotato da un ventennio la strategia tedesca di giocare su diversi tavoli per affermarsi come potere mercantile globale ed usare il suo primato europeo per portare l’Ue in una posizione neutralista, terza. Nella priorità statunitense di secondarizzare la Cina è evidente che un’Ue terza a conduzione tedesca e, in subordine, francese con scopo euronazionalista per proprio vantaggio nazionale, con l’autonomia per dare un appoggio ad America o Cina secondo convenienza, toglie potere condizionante a Washington. Pertanto il segnale politico richiesto non è solo una resa della Germania, ma anche la garanzia che questa e la Francia rimangano pro-atlantiche attraverso un bilanciamento del loro potere diarchico da parte delle altre nazioni europee più legate all’America. In sintesi, l’America vuole trattare con un’Europa non più dominata dall’asse franco-tedesco, almeno per la politica estera. Ciò è un’opportunità per l’Italia che dovrebbe spingere Roma a riportare sotto soglia politica il bilaterale con la Cina, a darsi più ordine interno per influire nell’Ue come azionista di riferimento e non socio marginalizzato e rivendicativo. Difficile nel breve. Ma probabilmente all’America basta, al momento, un riallineamento anticinese, questo possibile per Berlino e anche per Roma, che infatti sta dando segnali di ravvedimento. Berlino, Parigi e Roma dovrebbero precisare congiuntamente questa via negoziale per evitare danni all’export, sfruttando il maggior bisogno che l’America ha dell’Ue nel confronto con la Cina.

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