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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-10-10

10/10/2017

Va messa sotto indagine la vigilanza Bce

La regolazione degli intermediari finanziari, sempre più europea e meno nazionale, deve passare da tema settoriale e tecnico a oggetto di valutazione sistemica e politica. E’ importante che tale movimento non implichi una riduzione dell’indipendenza delle autorità regolatrici – fattore fondamentale per la fiducia nel sistema finanziario e sulla moneta – ma porti a una perimetrazione più precisa di quello che un regolatore può o non può fare. Il problema, infatti, nasce dalla violazione dei confini di competenza attuata da Danielle Nouy, responsabile della vigilanza Bce, non è chiaro con quale rapporto di dipendenza (reporting) dal presidente Draghi. Ricapitolando, ha proposto di ridurre i tempi per lo smaltimento dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche eurovigilate, le più grandi, ma con impatto destabilizzante anche sulle piccole. Così facendo ha aperto un conflitto istituzionale perché i ministri finanziari dell’Ue, in sede Ecofin, e il Parlamento europeo avevano deciso in precedenza di lasciare alle banche il giusto tempo per tale smaltimento allo scopo di evitare un’inutile accelerazione e un rischio di restrizione del credito che avrebbe compromesso la ripresa dell’economia europea ancora fragile in molti territori, Italia in particolare. Correttamente, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha ipotizzato un ricorso alla Corte di giustizia europea, dove l’oggetto è il limite di “normazione di fatto” della vigilanza europea in riferimento alla funzione legislativa delle istituzioni politiche europee, cioè Consiglio (tavolo intergovernativo) e Parlamento. Io spero che Tajani trovi le condizioni per procedere .

Per dargli un motivo in più segnalo qui il sospetto che la vigilanza Bce stia facendo “politica” e non solo azioni tecniche di stabilità del sistema vigilato. I commentatori hanno analizzato a fondo i rischi delle assurde restrizioni della vigilanza Bce, in generale, e correttamente enfatizzato quello d’interruzione della ripresa in Italia dove le unità economiche dipendono ancora molto, troppo, dal credito bancario a causa del ritardo nella modernizzazione del mercato dei capitali e dove le banche sono ancora cariche di crediti deteriorati, pur la situazione in miglioramento. Infatti, perfino Banca d’Italia, particolarmente euro-conformista in questo periodo perché il governatore Ignazio  Visco rischierebbe la riconferma a fine ottobre se non fosse sostenuto dall’eurosistema a causa dell’inerzia mostrata nella crisi bancaria italiana, cercherà di convincere a porte chiuse Nouy a cambiare idea o ad attutirla, durante il processo di consultazione che finirà ai primi di dicembre per la conferma della misura restrittiva. I commentatori, tuttavia, non si sono chiesti perché Nouy abbia deciso contro le indicazioni degli organismi politici dell’Ue e non abbia rispettato l’indicazione di simulare l’impatto di misure restrittive prima di adottarle. Questa gentile signora francese è forse un’incompetente e umorale rigorista? Sarebbe molto provinciale pensarlo. Probabilmente Nouy sta seguendo un’indicazione politica così pressante da portarla in conflitto con le altre istituzioni europee e con la logica del realismo economico. Quale indicazione? L’ipotesi più probabile è che la Bce tema che la Germania usi come scusa la presenza di ancora tanti crediti deteriorati nei bilanci bancari per rinviare la terza fase dell’unione bancaria, priorità assoluta per la Bce e per il consolidamento dell’euro, che implica la condivisione comunitaria della garanzia sui depositi. Cioè che Berlino e Bundesbank possano dire che il denaro tedesco non vuole garantire quello di nazioni disordinate, per inciso glissando sui circa 400 miliardi di buco nelle loro banche locali e sulle migliaia di miliardi di prodotti finanziari incerti nel bilancio di una megabanca tedesca. Un’altra, ma collegata, ipotesi è che Nouy voglia punire quelle nazioni, in particolare l’Italia, che hanno aggirato le nuove norme sulla risoluzione delle crisi bancarie ampliando gli interventi statali di salvataggio (bail out) invece di caricarli sui clienti e obbligazionisti degli istituti (bail in). In ambedue i casi, tuttavia, la pressione geopolitica è quella di mostrare ai tedeschi che il sistema bancario eurovigilato è in ordine, anche a costo di impedirgli di fare affari e di erogare credito. In sintesi il sospetto è che la (vigilanza) Bce faccia politica oltre i propri confini di missione istituzionale e segua indicazioni politiche tedesche con complicità francese. La linea di Nouy non indica necessariamente un’approvazione da parte di Draghi. Il sospetto è la signora sia stata dotata di una forte autonomia proprio per contrastare o bilanciare il pragmatismo di Draghi stesso. Per questo lascerei fuori Draghi dall’indagine, ma raccomando di approfondirla sui comportamenti di Nouy, intanto bloccandone le decisioni.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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