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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-12-21

21/12/2000

Clima surreale: è più difficile parlare della crisi competiva che risolverla

Gli ultimi dati rilasciati dall’Istat confermano che la crescita dell’economia italiana nel 2000 sarà inferiore alle attese governative. L’incremento annuale del Pil sarà più vicino al 2,5% (se nel quarto trimestre non si accelera la caduta in corso) che non al 3%. Questo sarà il decimo anno consecutivo che cresceremo di circa un punto percentuale sotto la media europea. Perché l’Italia ha prestazioni peggiori di quelle degli altri paesi europei pur avendo questi un modello statalista simile al nostro, Francia e Germania in particolare? Io sono sconcertato dal fatto che la maggior parte dei mezzi di informazione, pur descrivendo il fatto, non vogliano o riescano spiegarlo nelle sue cause profonde: l’Italia è in fase di deindustrializzazione e la mitica piccola industria è ormai un modello fallimentare.  

La globalizzazione dei mercati favorisce le grandi imprese e penalizza quelle piccole. Gli altri paesi europei principali sono basati su un modello fatto di tante grandi e medie industrie. Noi ne abbiamo circa seicento di queste e ben trecentomila tra piccole e micro. Un’economia più internazionalizzata esaspera le condizioni di concorrenza. Richiede più investimenti tecnologici, più efficienza complessiva per ridurre i costi, operazioni più complesse per stare su più mercati. In un solo concetto, nel mercato globale la piccola azienda deve diventare “grande” abbastanza per riuscire a starci. Nel 1996, proprio nell’esatto momento in cui bisognava fare un riforma competitiva del nostro sistema industriale, è andata al potere una sinistra che ha congelato l’economia complessiva e, quindi, anche impedito tale trasformazione. Così un numero crescente di piccole e medie aziende internazionalizzate che fino a poco tempo fa spuntavano successi commerciali in tutto il mondo ora non riescono più a farlo, per difetti di scala. I dati degli ultimi due anni mostrano con chiarezza che l’industria italiana ha perso quote nel mercato europeo. E che comincia a  soffrire in quello più vasto, globale. Ne è prova un’iniziale contrazione dei volumi d’affari nel mitico nordest e nelle altre aree dove è concentrata la piccola e media industria esportatrice: oltre a Friuli e Veneto, Lombardia orientale e collinare, parte dell’Emilia e delle Marche. Dagli inizi degli anni ’90 abbiamo già perso, o visto ridursi, buona parte della grande industria nel tradizionale triangolo Torino-Genova-Milano (il nordovest), adesso è a rischio anche il sistema delle piccole e medie imprese del nordest e dintorni. L’Italia centrale non possiede una struttura industriale forte e quella meridionale proprio non ce l’ha.

 La situazione è brutta, ma non è per niente difficile individuare, sul piano tecnico, le strategie per interrompere tale crisi e reindustrializzare l’Italia, anche con buona velocità. Per esempio, con la defiscalizzazione si aumenta la reddività di impresa – ora la più bassa d’Europa - e, quindi, si stimolano nuovi investimenti. L’ingrandimento delle imprese lo si incentiva  conformando il mercato del lavoro in modo tale da non rendere troppo oneroso e rischioso per l’imprenditore assumere personale (ora lo è). Con la creazione di un sistema borsistico specializzato, migliore del “Nuovo mercato” attuale, si possono avere gli strumenti di capitalizzazione per la formazione di grandi gruppi industriali integrati a partire da unità frammentate. Per aumentare le capacità tecnologiche delle imprese basta cambiare gli ordinamenti universitari e permettere che i laboratori si colleghino direttamente alle aziende (cosa ora ostacolata di fatto). In sintesi, la lista delle cose da fare, queste ed altre, è chiara. E possono essere realizzate bene anche perchè il sottofondo di cultura e vitalità industriale nel paese è ancora forte, non intaccato dalla crisi strisciante. Basta liberarlo, indirizzarlo ed incentivarlo. Berlusconi ha dato un ottimo esempio di questo approccio per “grandi progetti” con il suo “discorso della lavagna” fatto lunedì scorso a “Porta a porta”. 

 Ma, allora, dove sta il problema?  La sinistra, nelle sue comunicazioni ed azioni politiche, nega perfino che la crisi esista. Molte fonti di ricerca e di opinione, a cui non può sfuggire, la sfumano in nome di pudori che francamente non riesco a capire. E così gli italiani, pur impoverendosi, non sanno che sono in deindustrializzazione brutale perché nessuno glielo dice con chiarezza. Non sapendolo, non percepiscono l’emergenza e non producono la massa critica di consenso per correre ai ripari. Situazione surreale. Per esempio, qualche giorno fa ho partecipato ad un seminario, a Londra, dove quanto vi ho detto sopra era fatto già acquisito. L’indomani, in una conferenza a Milano, ho trovato colleghi indignati che mi davano dell’allarmista per motivi di faziosità politica quando ho ripetuto la stessa analisi. Sei mesi fa il mio istituto di ricerca, ad Atlanta, si è messo a studiare le conseguenze economiche della desertificazione nel Mediterraneo, Italia meridionale compresa. Due settimane fa a Taranto ho chiesto a cento persone, per lo più amministratori, in una sala se avessero sentito parlare di questo fenomeno, tra l’altro accelerato, che li tocca direttamente. No, hanno scosso la testa. E da brave persone hanno chiesto con la giusta ansia più informazione. Ecco l’assurdità di questo paese: invertire il  processo di deindustrializzazione non sarà difficile, ma informare gli italiani che il problema esiste è quasi impossibile. Ditemi voi se è così perché non riesco a crederci pur dovendolo scrivere

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