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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-7-15

15/7/2014

Tramonta l’Europa confederale e si affaccia quella delle sovranità convergenti

La rubrica ha notato la formula linguistica adottata da Mario Draghi, in un discorso commemorativo a Londra, per raccomandare ai governi europei maggiore collaborazione: “imparare ad essere sovrani insieme”. L’interesse è dovuto alla questione irrisolta della configurazione europea: unione o alleanza? La prima implica una tendenza confederale via cessioni progressive di sovranità da parte delle nazioni, la seconda il mantenimento delle sovranità nazionali, solo armonizzate per far fluire meglio gli scambi commerciali e altre collaborazioni funzionali. Al momento la Ue esibisce istituzioni sia unioniste sia di alleanza, mixate. Esempi delle prime sono il Parlamento e la Commissione, espressioni della seconda sono la concentrazione del potere decisionale nel Consiglio dei governi e la persistenza, pur semplificata, dei poteri nazionali di veto. In sintesi, l’architettura europea è in mezzo al guado tra i due modelli e dal 2005 (cancellazione del progetto costituzionale europeo) è osservabile uno stallo. L’Europa non riesce più a muoversi verso la confederazione, ma i governi non se la sentono di avviare la de-evoluzione della struttura europea costruita nel passato. Un minimo movimento è stato avviato in direzione confederale accettando che il presidente della Commissione venga scelto in base ai risultati delle elezioni europee e non dal tavolo intergovernativo. Ma tale mossa, per dare l’idea che l’Europa sia connessa ad un processo democratico, è un raffinamento cosmetico del lato confederale e non certamente uno sblocco dello stallo. Il punto: il fraseggio di Draghi lascia intendere la ricerca di un nuovo modello che tenga conto dell’impossibilità di procedere verso la confederazione e che per questo miri a rendere più strutturata un’alleanza. L’interesse del rubricante è massimo perché nel suo libro “Europa oltre” (2013) ha proposto esattamente questa soluzione: meno di unione, ma più di un’alleanza, espressione che implica proprio il concetto di sovranità convergenti, cioè di essere sovrani insieme, per altro già raccomandato a livello di collaborazione globale delle democrazie nel libro “La grande alleanza” (2007) e che sarà principio cardine nel sequel “Nova Pax” (2015). E’ evidente che le nazioni europee non vogliono cedere la sovranità oltre un certo livello e che quindi bisogna ripensare ad una integrazione basata sulla persistenza delle sovranità nazionali e non sulla loro cancellazione. La forzatura unionista non ha funzionato. Ora si tratta di prenderne atto e di riavviare l’integrazione attraverso un modello non-confederale. La nazione è l’unità di base, il mattone, e qualsiasi sistema internazionale va costruito componendo nazioni sovrane, non togliendo loro sovranità, ma rendendola convergente. Il rubricante dedicò con Paolo Savona un libro a questo tema (Sovranità & ricchezza, 2001) e ricevette da élite europeiste la risposta: ma cosa c’entra la sovranità? Il cenno di Draghi appare una risposta a costoro e segnala che il laboratorio europeo sta riaprendo le porte chiuse a Maastricht nel 1992, facendo rientrare la sovranità prima esclusa. Per quali esperimenti? Ipotesi: (a) sovranità bilanciate, una nazione cede sovranità ad un agente europeo e questo gliela torna rafforzata, opzione che permetterebbe di solo modificare e non smontare le istituzioni europee; (b) governance comune facilitata dal raggiungimento di simmetrie nazionali, modello ora in atto nell’Eurozona, per esempio i trattati “compact” e “pack”, probabilmente quello a cui pensa Draghi. Approfondimenti ed altre ipotesi nelle prossime puntate.

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