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Carlo A. Pelanda
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Milano Finanza

2015-12-4

4/12/2015

Troppa ideologia e poca scienza nell’ecopolitica

Nella 21ma Conferenza Onu sul clima a Parigi manca un dato essenziale: quanto variano le temperature del pianeta al netto dell’impatto delle attività antropiche, sintetizzabili come aumento dei “gas serra” che inducono riscaldamento e conseguente scioglimento dei ghiacci e aumento del livello dei mari nonché di fenomeni metereologici estremi. Tale dato, secondo me, è essenziale per capire meglio l’ecoscenario da cui derivare la ricerca di ecopolitiche basate sul perseguimento di obiettivi precisi. Se, per esempio, fossimo a ridosso di un ciclo naturale di raffreddamento, come ve ne sono stati parecchi negli ultimi secoli, quale sarebbe la combinazione di questo fenomeno con il riscaldamento dovuto all’incremento delle attività (termo)contaminanti? Piacerebbe saperlo. Anche perché se, invece, fossimo a ridosso di un ciclo naturale di riscaldamento che riverberasse con quello indotto dai “gas serra”, non ce la faremmo ad evitare in un secolo una variazione catastrofica delle condizioni ambientali. Il punto: dobbiamo investire risorse per bloccare il riscaldamento da fonte antropica oppure dobbiamo cominciare a riconfigurare i sistemi umani affinché possano restare viabili in presenza di condizioni estreme? Si tratta di scegliere tra un’ecopolitica conservativa e una,totalmente innovativa, di ecologia artificiale. Personalmente sono incline a muovere l’ecopolitica verso l’artificializzazione perché non mi fido di una piattaforma dove un’eruzione vulcanica può creare un inverno di molti decenni o un meteorite produrre l’estinzione della vita. Sono anche incline a investire sui precursori tecnologici per la terraformazione di altri pianeti o per la costruzione di esohabitat più sicuri, e capaci di mobilità, dove trasferire la specie. Ma queste possibilità future sono di realizzazione remota e, nel frattempo, dovremo restare a lungo su questo pianeta. Mi preoccupa l’idea dominante che il rispetto del ciclo naturale sia la miglior condizione di sopravvivenza per la specie: non è provata dai fatti e puzza di ideologia. Per capirne di più abbiamo bisogno di un sistema di rappresentazione del pianeta e dei suoi cicli, con la capacità di osservarne le variazioni nel tempo e quindi di simularle. Infatti, sarebbe più produttivo se l’Onu desse priorità alla creazione di un sistema di osservazione della Terra, allo stesso tempo totale e super dettagliato, che chiamerei HO.M.E (HOlistic Model of Earth), per basare su una migliore conoscenza le decisioni ecopolitiche invece che prenderle in assenza di informazione e contaminate da ideologie ecoconservative.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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