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Carlo Pelanda: 2026-9-6La Verità

2026-9-6

6/9/2026

Possibilità e limiti della mediazione statunitense per una tregua tra Russia ed Ucraina

La visita a Mosca degli inviati speciali di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, è un passo della diplomazia riservata intensificata dal recente incontro tra i capi dei servizi segreti statunitense e russo. Si apre uno spiraglio per una tregua tra Ucraina e Federazione russa oppure no? La risposta, prima di tutto, dipende da una valutazione di quanta convergenza esista tra gli interessi contingenti di Trump e Vladimir Putin.

Trump ha bisogno di un successo come mediatore, in postura arbitrale, per almeno ottenere un cessate il fuoco da cui sviluppare un negoziato lungo dove consolidare la tregua con Washington garante per ambedue le parti. Tale intento non è amichevole nei confronti dell’Ue perché tende ad escluderla dal gioco. In parte su richiesta di Mosca: niente europei, in particolare Germania e Regno Unito. In altra parte per l’interesse strategico di Washington di staccare il più possibile Russia e Cina con lo scopo di indebolire la proiezione globale di Pechino ed avere più carte condizionanti nei suoi confronti. Inoltre, Trump ha bisogno di un successo (geo)politico sia per ridurre la perdita di consenso interno sia per affermare lo status condizionante nelle relazioni con gli alleati. Tale status è indebolito dalla non convergenza degli europei per la guerra contro l’Iran, dalla resistenza del Canada – che con malizia strategica ha (ri)messo il ritratto del Re d’Inghilterra sul nuovo dollaro canadese per indicare che il Commonwealth pur residuale è più grande della piccola America -  alla pressione dominante statunitense, dall’invio da parte della Danimarca in Groenlandia di truppe specializzate per operazioni militari in area artica come messaggio contro l’intento annessionista di Trump, ecc. Altri interessi? Certamente ce ne sono. Più chiari quelli per un accordo di vicinanza collaborativa, forse spartitoria, per l’area artica. Meno chiari, ma molto rilevanti, quelli su petrolio e gas, nonché minerali critici, materia probabilmente trattata su un tavolo separato del tutto riservato. Penso ci sia anche la preoccupazione per cosa farebbe l’America in caso di grave crisi del regime di Putin che potrebbe portare per esasperazione all’uso di un’arma (mini)nucleare: dovrebbe passare ad una deterrenza simmetrica o mollare l’Ucraina? Ambedue le situazioni sono dense di conseguenze difficili da gestire, non escludibile motivo dell’incontro irrituale dei capi dei servizi segreti, sopra citato, dove sono dicibili cose apertamente indicibili. Infine, per l’Iran la pressione statunitense appare limitativa degli aiuti russi al regime, ma non ancora dettagliata se come deterrenza o proposta di scambio con altri vantaggi per Mosca.

Putin sta incontrando difficoltà nel proseguire l’offensiva contro l’Ucraina sia interne sia esterne in forma di appelli a trovare una tregua da parte della non alleata, ma storicamente amica, India ed altri. Sul piano interno è osservabile un’estensione del dissenso delle élite del regime. Da un lato, tale dissenso ha espressioni limitate per la paura di repressione violenta. Dall’altro, c’è in forma di pressione in stanze chiuse per chiudere la questione nonché, se non di diserzioni, in forma di ricerca di contatti esteri riservati per autotutela. Uno studente di storia scappato dalla Russia mi ha detto che la situazione sul piano della coesione del regime assomiglia a quella del Partito nazista quando alcuni suoi gerarchi dalla fine del 1942, e con più intensità nel 1943-44, tentarono silenziosi contatti con gli Alleati per sondare condizioni di armistizio. Certamente Putin lo sa, come lo sanno i servizi segreti occidentali, e ne deve tener conto: ridurre il conflitto con l’Ucraina. Ma non può chiuderlo in modi che gli impediscano di dichiarare vittoria. E penso che questo sia il punto più delicato di negoziato fra Trump e Putin. Sicuramente Putin ha annotato una riduzione del sostegno statunitense alle capacità offensive ucraine, motivo di un incremento degli aiuti di alcuni europei a kiev. Ma probabilmente interpreta questo dato come fretta da parte di Trump di arrivare ad una tregua che gli permette uno spazio per chiedere di più all’America. Tuttavia, deve anche annotare che la Cina sta usando la debolezza russa per prendere posizioni nell’Asia centrale a scapito dell’influenza russa. Ciò dovrebbe favorire una convergenza russo-americana. Ma Putin è indeciso: Trump appare fenomeno di breve termine, entro un biennio sostituito da altre figure non necessariamente così disposte alla convergenza. E senza garanzie statunitensi non si fiderebbe né di Volodymyr Zelensky né di alcuni europei, in primis la Germania (a meno che lo Afd non vinca le elezioni politiche, ma sono lontane). Tuttavia, penso sia consapevole che se non accetta una tregua e non riduce gli attacchi sul territorio russo il suo regime e vita sono a rischio. In questa analisi manca la posizione della Chiesa ortodossa russa e sarebbe chiave capire se resta pro-Putin (fare la Russia grande di nuovo implica più potenza per quel patriarcato) o meno. Ma pur con questa annotazione di incompletezza analitica emerge un maggiore vantaggio di Putin nel chiudere la questione ucraina con una tregua che continuare la guerra cinetica.

Cosa possiamo aspettarci? Un massimo sforzo bellico russo – che sta modernizzando il suo metodo di guerra studiando quello ucraino - oppure un cessate il fuoco? Il secondo appare il miglior caso possibile. Qualora ci fosse una tregua questa sarebbe stabile o manterrebbe lo stato di guerra? Più probabile che resti instabile perché Mosca ha interesse a mantenere l’Ucraina in situazione bellica perché ciò impedisce la cooptazione nella Nato, per statuto. Comunque un tale esito sub-ottimale sarebbe migliore della situazione corrente.

(c) 2026 Carlo Pelanda
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