La reazione di Donald Trump alla sentenza della Corte Suprema statunitense che ha negato il suo potere esclusivo di imporre dazi senza approvazione del Congresso è stata quella di firmare venerdì una tariffa aggiuntiva del 10% a tutte le importazioni, a partire dal 24 febbraio, per un periodo di 5 mesi eventualmente prorogabile dal Congresso stesso. Tutti i governi delle nazioni esportatrici stanno valutando l’impatto di questa misura sugli accordi già siglati con Washington in materia di livello dei dazi ed esenzioni settoriali, l’Ue del 15% ed in fase negoziale per alcune esenzioni. Per 5 mesi gli esportatori italiani dovranno pagare il 35% di dazio? Il 15% però, si basa su accordi bilaterali con valore formale (quello tra Usa ed Ue in vigore, ma non ancora approvato dal Parlamento europeo) oppure? Venerdì notte ho ricevuto decine di telefonate da capi azienda che esportano in America prodotti senza esenzioni che me lo hanno chiesto. Qui rispondo con l’aiuto di un simulatore (per nowcasting, cioè previsioni istantanee) agganciato ad un sistema di intelligenza artificiale capace di sintetizzare la complessa documentazione, cercando di inquadrare le varianti di scenario per l’interesse italiano.
Il caso peggiore è che tutte le esportazioni dall’Ue siano caricate di un 10% aggiuntivo alla tariffa del 15% concordata con gli Usa. Stima dei gradi di impatto negativo nel caso peggiore per l’Italia: 1) forte per i prodotti del lusso, niente esenzioni; 2) perdita di competitività significativa per macchinari e robotica industriale; 3) componentistica per automotive, impatto non totale, ma negativo; 4) così come per l’agrifood; 5) invece limitato per una varietà di prodotti farmaceutici perché esentati da dazi. L’aggiunta del 10% non tocca i prodotti esentati nell’accordo tariffario del Nord America con Canada e Messico e ciò potrebbe essere una via (non facile) di export scontato indiretto in America (Canada ed Ue hanno un trattato commerciale di quasi zero dazi), ma anche un fattore di concorrenza contro alcune merci italiane. In sintesi, c’è un rischio di perdita notevole di export qualora il Congresso confermasse la misura del 10% oltre i 5 mesi permessi da un’altra fonte legislativa statunitense non compromessa dalla sentenza della Corte Suprema con l’aggiunta dei dazi già formalizzati via trattato bilaterale. Potrebbe l’Italia bilanciare questa perdita? In realtà la strategia di Italia globale praticata dal governo potrà bilanciare la perdita di export in alcuni settori via nuovi mercati, ma per altri settori del Made in Italy ci potrebbe essere una contrazione pesante. Pertanto l’Italia deve prepararsi a reagire a questo scenario, se confermato. Quanto in fretta? Un mese o due di ambiguità possono essere sostenibili, ma di più sarebbe difficile anche perché si innescherebbe un ciclo commerciale meno globale e più regionale, fonte di frammentazione tecnica del mercato, forse geopolitica.
Ho preparato, pur in fretta, un secondo scenario meno inquietante perché non credo che i repubblicani centristi possano votare un suicidio economico dell’America nel Congresso dove la maggioranza di Trump è minima (probabilmente motivo per cui ha cercato di bypassare il Congresso stesso cercando di darsi in modi forzati poteri esclusivi in materia tariffaria). Il motivo di questa sensazione è che tutti i dati mostrano un impoverimento della classe media statunitense perché i dazi sono stati in buona parte – un’altra parte è stata caricata sugli esportatori con perdita di margine entro accordi con gli importatori - trasferiti ai consumatori generando inflazione. Tali statistiche hanno correlazione con la perdita di consenso di Trump nei sondaggi. Quindi ritengo probabile – come già visto in alcuni casi recenti – che una parte del Partito repubblicano non voterà la continuazione dell’aggiunta del 10% alle tariffe concordate mesi fa con le nazioni esportatrici alleate. Se i dazi restassero al 15% con molte aree di esenzione, lo scenario sarebbe sostenibile, pur non ottimale, perché compensabile con altri mercati, efficienze, ecc. Al 10% meglio, meno sarebbe ottimale per gli americani, per gli europei e per l’export italiano che anche dipende massimamente dalla domanda interna europea.
Il terzo scenario riguarda una precisazione che però al momento mi è molto difficile poter fare. Se la Corte suprema ha dichiarato illegittimi i dazi imposti nel 2025, Trump potrà mantenerli? In teoria no. Ma gli alleati, appunto, hanno siglato accordi con valore di trattato confermando l’accettazione. La Corte potrà annullarli? Tali trattati hanno un valore confermativo anche se illegale la firma di Trump? Questa illegalità è formalmente vera oppure, come sostenuto da un giudice di minoranza della Corte, il potere presidenziale in materia di dazi può essere esteso pur come eccezione a quello di esercitare in modo discrezionale la politica estera e di sicurezza? Infatti Trump ha argomentato la legittimità del suo potere anche sulle tariffe (facoltà esclusiva del Congresso anche se non in materia di sanzioni) come emergenza per il riequilibrio commerciale tra America e mondo. In sintesi, io temo che lo scontro istituzionale in America possa creare incertezza economica e finanziaria con danno per l’America stessa e gli alleati, peggiorato dalla soddisfazione della Cina nel vedere che la deterrenza statunitense è indebolita al suo interno.
Cosa raccomandare in questa situazione? Per Trump ci penseranno i repubblicani statunitensi. Per gli europei suggerisco freddezza e ricerca di contatto diplomatico. Agli attori di mercato? Un momento di pazienza prima di scontare il caso peggiore di una divergenza euroamericana non facilmente riparabile. In qualche modo sarà riparata.


