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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2025-12-21La Verità

2025-12-21

21/12/2025

La relazione con Mosca nel breve va calibrata con una strategia di lungo termine

L’impiego dei beni finanziari sovrani della Russia giacenti nell’Ue (circa 210 miliardi di euro) per un sostegno diretto alle spese difensive dell’Ucraina sarebbe stata una strategia sbagliata e controproducente per gli europei. Invece la decisione di prestare 90 miliardi di euro a Kiev ricavati da debito comune europeo, non toccando per il momento i beni russi pur restando questi non utilizzabili da Mosca, è stata una decisione realistica. Qui i motivi tecnici ed una bozza collegata di scenario lungo.

Semplificando, il punto è che i beni russi possono entrare come risorsa condizionante nei negoziati di tregua tra Ucraina e Federazione russa e dare agli europei un posto di rilievo, anche se non primario, al tavolo dove Vladimir Putin vorrebbe trattare solo con gli Stati Uniti a conduzione Donald Trump. Se i beni russi fossero stati definitamente tolti alla proprietà di Mosca, Trump avrebbe mostrato l’incapacità di allineare gli europei, indebolendolo nei confronti di Putin. Ciò spiega perché Washington sia intervenuta pesantemente su alcuni europei – notizia non raggiunta o sottovalutata dai media - aggiungendo un peso decisivo alla decisione del Consiglio intergovernativo europeo. Germania sconfitta? Sarebbe un’esagerazione: Berlino si è adattata alla realtà, convergendo con la richiesta statunitense e prendendo atto delle difficoltà giuridiche di nascondere/coprire un furto nei confronti di una nazione con cui non esiste uno stato di guerra pur essendoci un conflitto con strumenti di sanzioni economiche reciproche. Secondo me gli strateghi di Berlino sono rimasti soddisfatti dalla postura iniziale di forte sostegno agli europei nordici-orientali – che temono realmente la pressione militare russa – in concorrenza/collaborazione con il Regno Unito per essere il loro protettore, aggiungendo la riconvergenza con l’Ue pur parziale di Ungheria, Cekia e Slovacchia con conduzioni politiche favorevoli ad un compromesso con Mosca anche se a sfavore dell’Ucraina. In sintesi, Berlino ha preso una postura di “deterrenza indiretta” restando pronta a trasformarla in diretta se servisse. L’invio di truppe a sostegno della Finlandia e l’acquisizione del sistema antimissile israeliano Arrow sono segnali chiari oltre a quelli di un riarmo nazionale non solo difensivo, ma offensivo, per esempio robotica e mezzi esospaziali. Quindi interpreto la postura tedesca di rinuncia al progetto originario di usare i beni russi sequestrati per finanziare l’Ucraina come un adattamento alle contingenze, senza correzione di una politica di potenza in prospettiva. Brava l’Italia a conduzione Giorgia Meloni che ha contribuito sostanzialmente a non peggiorare le relazioni con la Russia pur confermando il sostegno all’Ucraina? Certamente, tenendo conto della reazione di Mosca che costerebbe miliardi alle imprese italiane ancora operanti in Russia ed a quelle che esportano beni non sanzionati. Va poi valutato che Italia e Germania sono consapevoli che trattare con una potenza nucleare ne richiede un’altra di forza equivalente, necessariamente l’America nel caso perché gli arsenali di Francia e Regno Unito sono troppo piccoli. A me sembra chiaro e faccio fatica a capire chi lamenta la rinuncia ad incassare i soldi russi sequestrati. Inoltre, se la Russia esagerasse l’aggressività vi sarebbe un casus belli che renderebbe giuridicamente semplice acquisire i beni russi congelati, e che restano tali, nell’Ue, considerando probabile la convergenza con il deterrente di Washington in tale ipotesi. In sintesi, la rinuncia a finanziare via furto alla Russia l’Ucraina non è un indebolimento della deterrenza, ma un suo rafforzamento compatibile con una possibile tregua basata su scambi. Ma un lettore potrebbe reagire dicendo perché mai l’Italia dovrebbe aumentare il suo debito partecipando al prestito comune europeo (eurobond) all’Ucraina. Per due motivi: tecnicamente il costo complessivo comune di 90 miliardi può essere ridotto e spalmato nel lungo termine e politicamente sarebbe controproducente non convergere con gli altri europei (e con l’America). Un motivo finanziario è che l’Italia ha bisogno di circa 15 miliardi dal programma europeo Safe per la sua spesa militare e di sicurezza evoluta (anche motivo del contenimento del deficit di bilancio per far cessare la procedura di infrazione, requisito di accesso al Safe). Va aggiunto poi che per le proiezioni italiane nel Mediterraneo costiero e profondo – vitali per l’export - c’è bisogno di convergenza con l’Ue e l’America.

Un altro lettore, questo un mio studente, mi ha chiesto quale sia l’obiettivo finale della politica estera italiana in relazione alla Russia e quindi la postura utile in materia di Roma. Ho risposto che se Putin andasse in crisi, la Cina sarebbe pronta a condizionare più decisamente la Russia creando un grave problema per le democrazie. E se non succedesse, un cambio nel potere a Mosca, che è in guai economici crescenti, potrebbe far emergere una figura più aggressiva. Questa analisi esce dallo schema pro o contro Putin e riguarda la nostra sicurezza: deterrenza per limitare l’aggressività di Putin, ma prudenza per non fare un favore geopolitico alla Cina o a qualche pazzo. Quindi tregua per poi lentamente riaprire i canali economici con la Russia. Lo studente, bravo, mi ha incalzato: non mi nasconda che lei, persona di finanza, alla fine punta ad uno scenario di mercato integrato euroasiatico da Lisbona a Vladivostok. Certo che non lo nascondo. E dopo aver visto il nuovo progetto Pax Silica statunitense (togliere il monopolio sulle terre rare alla Cina) lo sottolineo. La Russia ci serve, con vantaggio reciproco, ed una convergenza euroamericana per lo scopo è necessaria.

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