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Carlo Pelanda: 2025-12-14La Verità

2025-12-14

14/12/2025

L’Italia ha una società forte che merita più libertà economica

Mesi fa un mio dottorando di ricerca, studiando il modello economico italiano in relazione all’antropologia economica specifica del territorio mi scrisse: “il sistema sociale italiano è talmente forte da reggere il liberismo economico ed amplificare il suo effetto di ricchezza diffusa. Quindi il modello politico nazionale con eccessi statalisti, anche imposto da regole europee socialistoidi, andrebbe riformato in direzione liberale, come lei scrive dagli anni ’90 rifinendo continuamente un nuovo modello di welfare di investimento sostitutivo, con le giuste cautele nei confronti della minoranza debole della società, del welfare redistributivo. Secondo me – continuò – l’Italia è tra le poche nazioni dell’Ue che ha una società con prevalenza di individui capaci di autonomia e meno bisognosi di assistenza. Proponga con più coraggio su libri e stampa un’Italia delle libertà”.  Mi sentii piacevolmente sfidato da questo giovane che aveva studiato i miei libri – in particolare Formula Italia (Angeli, 2010) e Italia globale (Rubbettino, 2023) - e ripresi le ricerche su un possibile modello economico italiano più adatto ad una società forte che non a una debole.

Per prima cosa ho valutato se più di un decennio di crisi continue e di governi inefficaci avesse indebolito il sistema sociale italiano. Esito: la parte impoverita della nazione è aumentata così come la domanda sociale di aiuto statale, ma la maggioranza, pur ridotta, resta forte con una domanda di meno tasse e meno regole limitative per le imprese. Poi ho valutato il grado di declino dell’economia italiana prendendo come riferimento il crollo dei grandi sistemi industriali dagli anni 70 in poi in parecchi settori. Quella crisi industriale fu compensata dalla nascita di una miriade di piccole imprese. Questo tipo di generatività è ancora forte? I dati fanno ipotizzare di sì, ma c’è un problema: piccolo non è più bello in un mondo dove irrompe la rivoluzione tecnologica e l’export richiede scala. Inoltre i giovani con competenze tendono a migrare ed il sistema finanziario non riesce a dare i soldi a tutte le imprese promettenti: le start up innovative italiane tendono a uscire dall’Italia per trovare un ambiente di sviluppo favorevole. Ma ho rilevato più di 1500 start up tecnologiche innovative di successo ed altre migliaia in percorso iniziale ed un’effervescenza imprenditoriale elevata nella popolazione giovane. Quindi ho trovato, in sintesi, una tendenza di declino industriale pur lento, ma anche una di tenuta della “società attiva”. Da qui ho ricavato la convinzione di (proporre di) variare il modello economico italiano per dare più spinta alla “società attiva” per accrescere la ricchezza del sistema in modo che la parte debole della società possa risolvere la povertà accedendo a più opportunità. In materia, la nuova teoria/obiettivo dello Stato sociale è trasformare i deboli in forti e non solo assistere i deboli stessi.

In base a questo criterio, i modelli economici proposti dalla sinistra o dal populismo assistenzialista sono da rifiutare perché mantengono deboli i deboli stessi. Il che porta alla valutazione di quanto sia efficace sul piano della trasformazione dei deboli in forti il corrente governo di destra. Le intenzioni sono buone, la politica estera per il sostegno dell’export e dell’internazionalizzazione delle imprese è ottima, la disciplina di bilancio per aumentare l’affidabilità dell’Italia per ottenere un maggior flusso di investimenti esteri e stimolare quelli interni del tutto lodevole. Ma va annotata una tendenza ad estendere lo Stato nell’economia. In parte è necessaria in questo momento storico. Ma in altra parte è ipotizzabile una mancanza di fiducia nella libertà del mercato che getta un’ombra sullo scenario di maggiore riempimento del potenziale italiano di ricchezza. Semplificando, mentre la sinistra non è un interlocutore per accrescere la ricchezza nazionale diffusa socialmente, la destra certamente lo è, ma questa dovrebbe aumentare la fiducia nella libertà di mercato.

Alcuni esempi del come. Primo: riduzione del debito pubblico e del suo costo vendendo in tempi adeguati una parte del patrimonio pubblico oltre che valorizzarlo per creare uno spazio fiscale utile per la detassazione. Secondo: la rivoluzione tecnologica impone una analoga rivoluzione dei sistemi educativi per ottenere più potere cognitivo di massa. Inoltre chiama una relazione più stretta tra università ed imprese, togliendo qualsiasi barriera burocratica. Terzo, favorire in tutti i modi l’aggregazione di imprese per creare aziende più grandi capaci di avere la scala sia per internazionalizzarsi sia per sostenere un export competitivo. Quarto: deburocratizzare tutto il deburocratizzabile. Quinto: semplificare al massimo la nascita di imprese e i contratti di lavoro in cambio di azioni/quote societarie per favorire la presa di rischio imprenditoriale: in Italia è sociologicamente possibile un’imprenditoria di massa e sarebbe ovvio incentivarla. Sesto: favorire i fondi investimento non contro il sistema bancario, ma per spostare più risparmio dai cassetti agli investimenti produttivi. Settimo: incentivare al massimo le quotazioni in Borsa per le piccole imprese dando così loro il capitale per poter crescere.

Ci tengo a chiudere con una critica a chi descrive la società italiana in via di destrutturazione sociale e morale. Se si analizzano bene i dati emerge che il fenomeno negativo tocca una minoranza. Inoltre la fede cristiana, pur meno frequentata, è ancora un motore di ordine sociale molto forte. Quindi si tratta di una società in maggioranza attiva e moralmente consistente che merita più libertà, motivo per correggere il primo articolo della Costituzione.  

(c) 2025 Carlo Pelanda
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