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Carlo Pelanda: 2022-11-12Verità and Affari

2022-11-12

12/11/2022

Eurozona da riparare

L’inflazione da offerta che prevale nell’Eurozona, cioè da scarsità di beni che ne alza i prezzi, è contrastabile dalla politica monetaria mandando in recessione il sistema economico oppure via interventi politici dei governi (compensazioni) e/o geopolitici, cioè correzioni dei flussi mancanti ripristinandone l’abbondanza che è precondizione di prezzi sostenibili. Isabel Schnabel, che di fatto ha la leadership nel direttorio della Bce, ha recentemente dichiarato che la Bce dovrà fare di più per indurre una recessione forte veramente disinflazionistica, annotando che il ritmo attuale della stretta è poco efficace. Ovviamente, sentire che chi influenza il ciclo del capitale abbia posizioni molto restrittive e non abbia pudore nell’annunciare un possibile massacro di lavoro ed imprese fa impressione, evocando in qualche modo l’errore di restrizione fiscale e monetaria che fu la vera causa della depressione in America dopo il crollo in Borsa del 1929. Pur avendo la Bce una genetica ed una prassi restrittiva – perché dominata dall’idealismo monetario tedesco: cioè la stabilità monetaria è più importante della quantità di lavoro e di crescita - sembra strano che persone addestrate alla politica monetaria incorrano in posizioni del genere. Infatti chi scrive ha un dubbio: Schnabel ha voluto terrorizzare i governi europei per indurli ad un maggiore attivismo disinflazionistico sia fiscale sia geopolitico che permetta alla politica monetaria di procedere in modo più tranquillo, cioè con un minore aumento dei tassi di riferimento e con restrizioni meno dure del credito oppure ha preso atto che i governi non sono in grado di produrre una seconda gamba disinflazionistica da aggiungere a quella monetaria e sta giustificando la mossa recessiva della Bce? O comunque sta scaricando la responsabilità del possibile fracasso depressivo sulla politica fiscale ed estera dei governi dopo più di un decennio che la politica monetaria ha dovuto compensare i gap di quella fiscale stessa e generale nel contrastare la tendenza alla deflazione? Difficile rispondere, ma si intuisce che c’è una divergenza implicita tra Bce e governi che porta la prima a richiudersi nei limiti del suo mandato (combattere solo l’inflazione, di qualunque tipo sia, via mezzi restrittivi) con indifferenza in relazione alle conseguenze che poi eventualmente ricadranno sui politici.

Cosa dovrebbero fare i governi per dare un contributo disinflazionistico maggiore? Certamente azioni più incisive per ripristinate l’abbondanza energetica. Nel breve, però, tali azioni implicano pressioni geopolitiche verso i fornitori alternativi a quelli russi. Poiché l’Ue è debellicizzata e quindi priva di deterrenza, i singoli Stati cercano di contrastare la scarsità prima pagando l’energia importata a qualsiasi prezzo per evitarla e poi pensando a come calmierare il costo. Ora si è nella prima fase e si sta entrando nella seconda aumentando le soluzioni nazionali di recupero almeno parziale dell’abbondanza (l’Italia più gas proprio, la Germania ed altri più carbone, lignite, ecc.). Ma tale approccio, corroborato da una maggiore spinta alle energie alternative verdi, ha limiti.  L’altro strumento è la politica fiscale di compensazione: assorbire con la fiscalità generale buona parte dell’extracosto dell’energia, dando sollievo a famiglie ed imprese. Ma questo mezzo ha il difetto di scassare i bilanci statali, forse con l’eccezione della Germania che ha stanziato 200 miliardi compensativi per il prossimo triennio, portando ad una destabilizzazione dell’euro per altra via. Pertanto, tra Scilla dell’inflazione e Cariddi della destabilizzazione, la Bce ha motivi razionali per trasferire il costo dell’inflazione o dell’impotenza dei governi sulla società, aumentandone lo stress anche in modo spietato: un’Eurozona impoverita (ma non la Germania) si pensa sia più stabilizzabile. Né la geopolitica né la politica fiscale interna appaiono in grado di riportare l’inflazione al 2% nel 2024 e si profila un livello più alto di inflazione stessa fino al 2026. O ammazzi il lavoro o uccidi i pensionati e i redditi fissi.

Ci sono altre soluzioni? Se si accettasse un livello di inflazione più alto del 2% nei prossimi anni, il costo di rifinanziamento del debito per quasi metà Eurozona diventerebbe insostenibile e la Bce dovrebbe comprare tanto debito nazionale stesso gonfiando il proprio bilancio per ridurre lo stress sui bilanci statali. Chi scrive ritiene che una massa monetaria di questo tipo, se classificata in autoriduzione in decenni, potrebbe essere sostenibile per la Bce. Ma questa non mostra di essere così evoluta ed innovativa, non interpretando completamente la specificità di una Banca centrale che gestisce una moneta senza Stato: condizione che obbliga a prevedere bilanci endemicamente molto gonfiabili per evitare squilibri tra nazioni.  Un’altra soluzione è nelle mani dei governi nazionali: liberalizzare il più possibile l’economia per farla crescere di più, rendere produttiva la spesa pubblica, proiettare l’Ue verso l’esterno con più forza per aumentare l’export via trattati commerciali con il resto del mondo, ecc. Ma la configurazione statalista prevalente in Europa e le divisioni geopolitiche rendono difficile questa strada che sarebbe la più sana, insieme a quella della ri-bellicizzazione per aumentare le capacità di dissuasione, del sistema.

In sintesi, l’Ue e l’Eurozona hanno un problema di modello che le rende incapaci di reagire rapidamente alle situazioni d’emergenza o di riadattamento a cambiamenti di mondo. La revisione del Patto di stabilità dovrà tenerne conto.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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