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Carlo Pelanda: 2022-10-22Verità and Affari

2022-10-22

22/10/2022

La relazione tra avversione al rischio e gap (macro)politico

Quanto tempo possono reggere le gestioni finanziarie che hanno scaricato il più possibile il rischio? La risposta a questa domanda riguarda il rimbalzo della crescita sistemica dopo il momento recessivo che necessariamente dovrà essere alimentato da più capitale finanziario con propensione al rischio, particolarmente nell’Eurozona. Negli ultimi giorni si è notato che gli attori di mercato cercano di interpretare qualche notizia non troppo negativa come motivo per ricaricare un po’ di rischio nei loro portafogli. Ma con prudenza e consapevolezza di andamenti a W nelle Borse, cioè di cadute e ricadute, ovvero di una volatilità prolungata e di un “pavimento” non ancora visibile. Cosa potrà dare più fiducia agli attori di mercato affinché, anticipando di qualche mese scenari ottimistici di rimbalzo dei valori nei mercati azionari, stimolino anche la ripresa degli investimenti privati, ora per lo più sospesi? Al punto, per esempio, da far dire ad un’agenzia di rating che condizionerà la sua valutazione sull’Italia alla capacità di ottenere i soldi del Pnrr, cioè investimenti pubblici, perché è prevista una scarsità di investimenti privati, anche segnata dall’erosione dei margini aziendali dovuta all’aumento dei costi energetici e di altri materiali critici. L’attesa da parte del mercato di una notizia concretamente salvifica si concentra sulle Banche centrali statunitense (di più) ed europea: quando queste comunicheranno che il rialzo dei tassi è in esaurimento perché il loro effetto disinflazionistico comincia a vedersi, allora si potrà iniziare a scontare un periodo rialzista nelle Borse. Ma la Bce ha preso una postura dove le decisioni verranno prese dopo i dati. Lasciando da parte il tema che in teoria il mestiere di una Banca centrale è diverso, cioè più anticipativo che posticipativo, chi scrive vede il rischio di una ripresa ritardata nonostante i dati facciano prevedere uno scenario migliorativo. In altri termini, l’ipotesi è che il timore di sbagliare o simile delle Banche centrali non dia il segnale giusto ed in tempo agli attori di mercato per reinserire più rischio, ben argomentabile, nelle loro decisioni di investimento. Se ciò accadesse, potremmo, soprattutto in Europa, subire una recessione/stagnazione più lunga, e quindi più pericolosa, del necessario.

Cosa potrebbe convincere le Banche centrali a ritornare più anticipative in direzione espansiva e quindi ad abbreviare il periodo di avversione al rischio nel mercato con la conseguenza di de-capitalizzare il potenziale di ripresa e, alla fine, violare il principio di tutela del risparmio? Un’ipotesi è quella che si metta in moto un garante di ultima istanza di livello superiore. Il termine “garante” invece che “prestatore” è motivato dal fatto che tale funzione d’emergenza non riguarda tanto l’esistenza di un metafornitore di liquidità – pur essendoci qualche cenno in materia negli accordi originari del G7 in caso di emergenze finanziarie globali – che nella situazione attuale, dove la crisi di inflazione e dintorni dipende dal mancato controllo dei prezzi da parte della (geo)politica, non servirebbe. Servirebbe, invece, un intervento geopolitico dotato di gran massa di pressione per non far schizzare i prezzi dell’energia ed altro nonché una serie di interventi politici interni all’alleanza tra democrazie di carattere calmierante. Per esempio, l’America dovrebbe forzare l’Arabia a produrre più gas e petrolio, l’Ue forzare la Norvegia ed altri a calmierare i prezzi, ecc. Semplificando, l’incertezza nel mercato ed il suo malfunzionamento dipendono in buona parte da un gap di architettura politica. Le guerre possono succedere – è la normalità storica – ma quello che non deve succedere è una destabilizzazione per mancanza di un potere superiore sia militare sia tecnologico integrato. Questo implicherebbe nel caso corrente una convergenza economica a sostegno dell’alleanza politica nel perimetro delle democrazie. Poiché non c’è un tale garante sistemico, le Banche centrali nazionali e gli Stati devono affrontare una situazione che eccede le loro capacità e che genera crisi, incertezza e paura. Se a qualcuno desse fastidio questa identificazione del garante perché troppo imperiale, si pensi all’assurdo di una Banca centrale che deve indurre recessione per ridurre un’inflazione da offerta aggredibile solo politicamente (anche in America parte del picco inflazionistico è da offerta e non solo da surriscaldamento). Sarebbe soluzione migliore un investimento di deterrenza condizionante da parte di una grande alleanza con superiorità globale netta. Paura di guerre? Se il nemico teme di perderle desisterà. Chi scrive sviluppò questo tema nel libro “La grande alleanza” (Angeli, 2006) e più recentemente in quello titolato “La riparazione del capitalismo democratico” (Rubbettino, 2021).

Ma tale architettura non c’è e, nel migliore dei casi, ci metterà molto tempo a svilupparsi pur la sfida globale del blocco autoritario a quello delle democrazie un fattore di accelerazione integrativa nel secondo. Tornando alla ricarica di rischio delle scelte di investimento è probabile che i mercati tentino il rimbalzo quando la Fed farà capire che si potrà. Potrebbe succedere in qualche momento del 2023, ma si tenga conto che la vera lezione di questa crisi è la necessità di ingrandire l’architettura politica di garanzia. Messaggio con auguri al nuovo governo

(c) 2022 Carlo Pelanda
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