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Carlo Pelanda: 2022-10-1Verità and Affari

2022-10-1

1/10/2022

Una prima stima dello scenario migliore

Nel fare scenari bisognerebbe inserire la stima della reattività del sistema ai rischi individuati ed una fasizzazione del periodo di crisi. Inoltre, bisognerebbe valutare anche lo scenario migliore accanto a quello peggiore. Chi scrive ha tentato, con l’ausilio dei suoi ricercatori, di definire la probabilità ed i termini di uno scenario migliore per l’Italia, prendendo come riferimento generale la simulazione di caso peggiore (in realtà non il “più peggiore”) presentata dal governo corrente in sede di Nadef.

Primo passo: identificazione degli assunti principali che alimentano proiezioni basate su inferenze bayesiane (probabilismo soggettivista). Il periodo di massima crisi più probabile è stato stimato in sei mesi, cioè da adesso a circa il marzo 2023, includendo l’ipotesi (contemplata nello scenario peggiore del Nadef) di interruzione del gas russo via l’unico tubo rimasto che passa per l’Ucraina e ha sbocco italiano a Tarvisio. Considerando le riserve e l’afflusso continuo da forniture alternative ci si può aspettare, appunto, un periodo di relativa scarsità, ma poi seguito da un aumento delle forniture alternative stesse, alcune a prezzi contenuti perché regolati da contratti tra governi, a partire dalla fine inverno e primavera del 2023. In questa materia critica va anche considerato l’incremento del gas di produzione nazionale verso il 2024. Semplificando, la situazione sul piano dell’energia/costi ha una elevata probabilità di migliorare e con essa l’andamento generale dell’economia. Sul piano della reattività, quella dell’Ue, come complesso, è molto scarsa perché ha rinunciato per il momento alla creazione di uno “scudo europeo” scaricando sulle singole nazioni la responsabilità di gestire con il proprio bilancio il periodo critico. Infatti queste stanno reagendo con programmi nazionali di compensazione, situazione che mette al centro dello scenario la stima dello “spazio fiscale” dell’Italia per alimentare le compensazioni nazionali allo scopo di evitare l’insostenibilità dei costi energetici ad imprese e famiglie.

Secondo passo: analisi del fabbisogno in relazione alle disponibilità. Nell’ipotesi di un periodo critico di sei mesi (più una “coda” nel secondo trimestre 2023), la necessità (macro) di compensazioni per l’Italia dovrebbe toccare i 60 miliardi circa. La stima dello spazio fiscale utilizzabile dall’Italia per il medesimo periodo appare (in stima preliminare) attorno ai 40 miliardi. Una parte individuabile come deficit già previsto nel progetto di bilancio approvato dall’Ue e non ancora sfruttato, circa 8 o 9 miliardi. Un’altra parte potrebbe essere ottenuta dalla riorganizzazione di fondi europei e nazionali non ancora spesi e da una revisione concordata con l’Ue del Pnrr, circa 21-25 miliardi complessivi. Infine un’altra parte potrà essere reperita da riallocazioni di spesa nel bilancio. In sintesi, calcolando a spanne un quantum di spesa per compensazioni nel periodo critico e di transizione verso un clima economico migliore (6+3 mesi), un 40 miliardi potrebbero essere tirati fuori pur con acrobazie senza accendere troppo debito extra. Ma se il fabbisogno per il periodo detto fosse veramente di 60 miliardi ne mancherebbero 20. Per capire se questo gap sia riducibile o meno va fatta una stima di reattività del sistema sul piano dei risparmi, cioè di auto-contenimento dei costi. I dati dal settore produttivo che può disporre di flessibilità mostrano una rimarchevole capacità di adattamento. I settori energivori, invece, possono fare poco. Le famiglie stanno riducendo i consumi di energia, ma più lentamente del necessario. Per minimizzare il ricorso ad un extradeficit bisognerebbe premere sui comportamenti sia delle famiglie sia delle aziende che possono ridurre i costi energetici via risparmi. In via teorica si potrebbero risparmiare dagli 8 ai 12 miliardi di fabbisogno, restringendo ad una decina (un po’ più dello 0,5% del Pil) la necessità di nuovo indebitamento, cioè ad una cifra non drammatica, forse evitabile, appunto, dai comportamenti risparmiosi. In tale scenario migliore la crescita del Pil nominale potrebbe essere tra lo 0,7% e l’1,5% (inserendo un effetto sollievo negli investimenti a fronte di miglioramenti visibili della situazione, possibili dalla primavera 2023 in poi.

In tale simulazione preliminare sono individuabili, tra i tanti, quattro momenti difficili principali per il nuovo governo: (a) censire e riconvertire tutti soldi europei e nazionali inutilizzati nonché “grattare” spesa già approvata per reindirizzarla verso la copertura del fabbisogno d’emergenza; (b) trattare con l’Ue per riconvertire parte del Pnrr e di altre cose nonché ottenere un “ombrello” per piccoli extradeficit se necessari; (c) convincere la popolazione ad aumentare il risparmio energetico nel periodo critico; (d) soprattutto, allocare un massimo di risorse per compensare gli extracosti per le imprese, prendendo il rischio di proteste per tale priorità in relazione alle compensazioni per le famiglie.

In conclusione, pur in modo grezzo è individuabile uno scenario migliore anticrisi per l’Italia con anche effetti positivi sulla crescita 2023. La ricerca continua per valutare il realismo di un fabbisogno di periodo di 60 miliardi, e ovviamente della sua copertura, e l’effetto sull’Italia della super-spesa tedesca di circa 200 miliardi: se la Germania in tal modo evitasse una recessione pesante, l’ipotesi per l’Italia sarebbe quella del mantenimento di un forte export, e dell’importazione di turismo, da intendere come impulso per il Pil. Prima di cadere nel pessimismo si valuti l’opzione qui abbozzata.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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