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Carlo Pelanda: 2022-10-30La Verità

2022-10-30

30/10/2022

La posizione italiana nella divergenza tra Parigi e Berlino

La frattura latente tra Francia e Germania ora si è allargata al punto da richiedere un irrituale lunghissimo colloquio bilaterale tra Emanuel Macron e Olaf Scholz, per altro rimasto interlocutorio, e a stimolare un intervento sorprendente, sul suo blog, di Jacques Attali, consigliere storico di Francois Mitterand: se la Germania non converge nella formazione di un esercito europeo, allora c’è il rischio di un conflitto tra Parigi e Berlino con la conseguente dissoluzione dell’euro e dell’Ue. Si tratta di un’autonoma impennata senile di un anziano oppure di un messaggio dissuasivo non dicibile diplomaticamente, stimolato da Macron? Ricordando che Mitterand nel 1989 andò in visita a Berlino-Pankow, capitale dell’allora Germania sovietica, poche settimane prima dell’implosione con lo scopo di segnalare alla Germania che Parigi avrebbe risollevato la “questione tedesca” in Europa se Helmut Kohl non avesse dato assicurazioni sulla continuità della relazione tra Germania riunificata, in subordine, e Francia sovrastante. Kohl le diede, per evitare il rinascere della “questione” e le ampliò successivamente in forma di promessa di sostituire il marco, massimo fattore di potenza nazionale tedesca, con l’euro per confermare l’europeizzazione francocentrica della Germania (che poi si tradusse in germanizzazione dell’Europa grazie all’imbecillità strategica francese che non seppe variare tra il 1997 e il 1998 la formula che di fatto rendeva l’euro – 1999 - uguale al marco entro una conduzione ossessivamente restrittiva). Poiché Attali era consigliere attivo in quei tempi e chi scrive anche, prima al Quirinale (1989-91) e poi al ministero degli Esteri (1993), e seguiva anche queste vicende, non appare escludibile che il suo messaggio sia stato “istruito” per ricalcare quello del 1989: possiamo riaprire la “questione tedesca”.

La lamentela principale francese dicibile in diplomatichese è che Berlino non abbia consultato Parigi quando ha deciso di comprare armi di quinta generazione (F 35) dall’America, sistemi antimissile ed altro, abbandonando i programmi europei per lo più francocentrici. Questo abbandono è un segnale di morte per l’industria tecnologica francese: segnala, per esempio, che il caccia di sesta generazione Fcas franco/tedesco (concorrente del Tempest anglo-italiano-svedese e, probabilmente, nipponico) ora è in dubbio, così come altri prodotti di punta. Soprattutto, Parigi è sconvolta dal fatto di non poter monetizzare il proprio arsenale nucleare: tutte le democrazie alleate si mettono al riparo sotto l’ombrello statunitense. L’idea di sovranità europea e di vantaggio nazionale francese nel condurla sta tramontando. Per valutarne la rilevanza bisogna ricordare che il vero motivo per cui la Francia divenne “europeista”, cari eurolirici con Legion d’onore, fu la strategia di Charles De Gaulle nel 1963: moltiplicare la forza nazionale della Francia allineando gli altri europei, con il sostegno economico di una Germania subordinata, ma premiata con un secondo posto nella diarchia (sbattendo fuori l’Italia perché aveva aiutato sostanzialmente l’insorgenza dell’Algeria) per costruire un potere singolo francese capace di trattare alla pari con le potenze mondiali. Nel momento in cui la Germania non è più subordinata, tale “grande strategia” francese non è più attuabile e Parigi è in panico. In realtà lo era già tempo e per questo Macron ha voluto rinnovare il Trattato (diarchico) dell’Eliseo (1963) con quello di Aquisgrana (2019) e parallelamente premere sull’Italia affinchè siglasse il Trattato del Quirinale, puntando al vertice di un triangolo con Germania ed Italia subordinate e dove Roma avrebbe dovuto sommarsi a Parigi per pareggiare la forza economica di Berlino. Questo disegno è saltato per abbandono della Germania. Ciò ha reso più rilevante per Parigi il bilaterale con Roma, come si è visto qualche giorno fa.

Strategia dell’Italia in questa situazione? Non prendere posizione netta per Parigi o Berlino, ma collaborare con ciascuna su temi settoriali, anche per evitare ricatti dall’una a livello Ue/Bce in caso di posizionamento con l’altra. Poi va considerato che tra i due è molto improbabile che vi sia una rottura esplicita nonostante il nervosismo corrente. La Germania si è spostata verso l’America per importare una vera sicurezza, e non quella finta promessa dalla Francia e per mostrare una lealtà utile ad ottenere qualche deroga nel processo (recentemente deciso da tutte le nazioni Ue) di ridurre la dipendenza dal mercato cinese reso impervio dalla svolta dittatoriale di Pechino e dalla concorrenza sleale, enorme problema per Berlino che dipende molto dal mercato cinese. Ma l’accesso ad un ampio mercato sicuro internazionale è anche un problema per l’Italia oltre che per gli altri due: ciò implica una maggiore attivismo di Roma per spingere l’Ue a siglare accordi economici con il Mercosur, con l’Africa e con le nazioni del Pacifico non cinesizzato. Tale azione sarebbe compatibile con gli interessi nazionali di tutti. Attali ritiene che l’America sia interessata alla frammentazione dell’Ue come lo sono certamente Russia e Cina. Questa è una fesseria. L’America vuole un’Ue non divergente con cui attivare una collaborazione complementare perché da sola è ormai troppo piccola per presidiare il mondo, e per questo la preferisce integra, armata seriamente e amichevole. Certamente non la vuole francocentrica e non si fiderebbe nemmeno se diventasse germanocentrica. Se così, lo spazio geopolitico dell’Italia è chiaro: tenere l’Ue compatta, atlantica e in espansione nel mondo per rinforzare l’alleanza globale tra democrazie

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