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Carlo Pelanda: 2022-7-24La Verità

2022-7-24

24/7/2022

Ora a tutto gas

L’opportunità di un minor peso politico del M5S è anche quella di sostituire l’ideologicamente restrittivo, fino all’assurdo, “Pitesai” (Piano per la transizione energetica delle aree idonee) con un programma molto più ampio di sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie dell’Italia. Per inciso, questa segnalazione è indirizzata con marcatura di priorità al prossimo governo in quanto il tema è di primario interesse nazionale.

Questa enfasi è motivata dal fatto che l’Italia - si perdoni l’esagerazione, ma è giustificata dai dati di potenziale – “galleggia” su una bolla di gas e, probabilmente, anche di petrolio. Più volte, molti analisti hanno rilevato che nel recente passato il fabbisogno nazionale di metano era coperto per circa il 20% da produzioni proprie, lamentando il fatto che oggi si è passati a meno del 3% non per mancanza di nuovi giacimenti o possibilità di rigenerare quelli vecchi, ma per la scelta di preferire il gas importato e più recentemente per quella, che ha ispirato il “Pitesai”, di sposare in modo fanatico ed irrealistico l’abbandono di ogni fonte energetica fossile in favore di quelle idro, solare ed eolico. Qualcuno potrebbe obiettare che tali scelte sono state fatte in linea con gli orientamenti dell’Ue. Ma, in realtà, l’Ue non condiziona direttamente questo tipo di scelte nazionali. Inoltre, pur avendo stilato una “tassonomia” di fonti energetiche ammesse, in cui sono entrati il nucleare a fissione ed a fusione, che spinge verso quelle alternative, ha riaperto il ricorso temporaneo al carbone, chiudendo un occhio, per i ben noti motivi di rischio di scarsità oltre che di prezzi insostenibili. Così Germania, Francia ed altri stanno usando a tutta forza le loro risorse carbonifere, la seconda modernizzando il suo potenziale nucleare e la prima riconsiderando il progetto di chiusura delle centrali atomiche. L’Italia ha poco carbone e zero nucleare (pur robuste le competenze in questo settore), ma ha moltissimo gas e un tot di petrolio residenti nella propria giurisdizione in terra e fondali. Pertanto lo sblocco dei giacimenti già individuati, alcuni già infrastrutturati, non sarebbe difforme dalla prassi europea corrente e del prossimo futuro. Si aggiunga che le tecnologie di estrazione sono talmente evolute, e l’Italia è campione di queste grazie all’eccellenza di Eni e di altre aziende del settore, da rendere minimi i rischi contaminativi. In sintesi, non ci sono motivi realistici o di conformità europea o di pericolo ambientale (a parte fenomeni di subsidenza nell’alto Adriatico, ma compensabili) per non sfruttare al massimo tutto il potenziale italiano. 

Quanto è il potenziale? Chi scrive ha fatto un calcolo molto grezzo, perché senza dati precisi di costo di estrazione ed altri, ma che può essere indicativo. Certamente la produzione italiana in terra e mare potrà essere portata a coprire il 10% del fabbisogno nazionale, dal quasi 3% attuale, entro un paio d’anni con investimenti non enormi e comunque remunerati nel medio-lungo termine se certi la base normativa ed i contratti di concessione, assumendo realisticamente che i costi di gas importato, in particolare Gnl, resterebbero superiori. Ma c’è molto di più: le prospezioni nei fondali dell’Adriatico, Jonio, canale di Sicilia, ecc., promettono riserve eccezionali.  Giacimenti in terra nella Valle del Po e dintorni sembrano ancora sfruttabili ed estendibili a costi moderati.  Quindi non appare irrealistico stimare che l’Italia possa raggiungere un 25-30% di indipendenza energetica per le fonti fossili (gas e petrolio) entro il 2028-30, con andamento incrementale, fino al 40% e oltre nel 2035-40 grazie al contributo crescente di energie alternative ed all’arricchimento del metano con idrogeno (come in sperimentazione da parte di Snam). Si consideri poi che le fonti fossili sono necessarie per almeno 30-40 anni prima della loro sostituibilità progressiva con le centrali a fusione nucleare e da un aumento ulteriore delle energie alternative, calcolo che andrebbe rifinito anche inserendo i biocombustibili e i carburanti sintetici, nonché il biogas producibile con rifiuti organici immessi in un digestore. Questa bozza di scenario ipotizza l’Italia come potenza energetica.

Vediamone i vantaggi: più energia nazionale minore dipendenza estera e possibilità di calmierare i prezzi; possibilità di rifornire altre nazioni dell’Ue in momenti problematici, con ovvio vantaggio geopolitico; al diminuire della domanda interna di energia fossile possibilità di esportazione in nazioni dove la domanda stessa resterà elevata (tutte quelle extra Ue). In sintesi: un ciclo pluridecennale di buon ritorno per gli investimenti. Ma c’è un vantaggio finanziario possibile che chi scrive ritiene di importanza assoluta per ridurre il debito, massimo problema per l’Italia: mettere i redditi da concessione gasifera o petrolifera in un Fondo (Fib, Fondo italiano di bilanciamento) dedicato ad abbattere un’aliquota del debito. L’annuncio di un tale Fondo, anche se non tanto grande quando l’ammontare del debito stesso, darebbe al mercato il segnale che l’Italia fa sul serio nel ridurre il proprio debito attraverso azioni non recessive come sarebbero, per esempio, tasse patrimoniali o aumenti dell’avanzo di bilancio dedicati alla dedebitazione. Sembra molto tecnico, ma in realtà è molto semplice: chi ha tanto debito deve vendere patrimonio e ciò spinge sia a finanziarizzarlo sia a cercarne di più. Gas e petrolio sono questo patrimonio italiano in più. 

(c) 2022 Carlo Pelanda
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