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Carlo Pelanda: 2022-7-30Verità and Affari

2022-7-30

30/7/2022

La ricerca di una zona sicura nel mercato internazionale

Centinaia di aziende occidentali si sono ritirate dalla Russia per evitare sia il rischio reputazionale sia quello di una zona sanzionata, con costi pesantissimi per quelle con insediamenti strutturati, per esempio Renault (perdita stimata attorno a 1,6 miliardi). Ora un numero crescente di imprese sta valutando il rischio Cina percepito come crescente in forma sia di estensione delle sanzioni alla Russia sia di accensione di future sanzioni statunitensi/G7 in caso di inasprimento – probabile nonostante una sorta di tregua corrente – del conflitto/confronto tra alleanza globale delle democrazie e Pechino e sta valutando di non insediarsi con strutture nella Cina stessa, ma solo con distributori commerciali sganciabili senza troppe perdite, in caso, per esempio Stellantis. Per inciso i dati di deflusso degli investimenti esteri in Cina mostrano un fenomeno imponente in atto. Tale situazione stimola la ricerca di zone sicure nel mercato internazionale per le aziende residenti nel G7 allargato.

Sul piano macro, chi scrive sta conducendo da anni, in particolare dal 2013 e più intensamente dal 2017, ricerche sotto il titolo di “Deglobalizzazione conflittuale e riglobalizzazione selettiva” per precisare il fenomeno ed anticiparne le conseguenze sul piano applicativo. Perché 2013? In quell’anno Barack Obama lanciò il progetto di due aree americocentriche di libero scambio nel Pacifico (Tpp) e nell’Atlantico (Ttip) che escludevano Cina e Russia. Per inciso la Cina reagì con il programma “Via della seta” per non farsi isolare ed espandersi. Nel 2017 il Congresso statunitense dichiarò con voto bipartisan la Cina “nemico”, cancellando un’era precedente dove vigeva il detto “quello che va bene per la Cina va bene anche all’America”. Da allora non è più così e l’Amministrazione Biden ha cercato di codificare questa “nemicizzazione” (2021) con la strategia delle “3 C”: Contenimento, Competizione e Collaborazione. Dove la terza C però è sempre più ristretta, la seconda sta alimentando investimenti in superiorità tecnologica e la terza è già configurata come guerra economica e deterrenza militare a bassa intensità. I dati di flusso commerciale mostrano un aumento delle esportazioni cinesi in America dal 2017 e parecchi commentatori si chiedono ironicamente che tipo di guerra sia questa. In realtà in America è in atto una bonifica di tutti gli insediamenti cinesi con potenziale di influenza e furto tecnologico. E aumenta la pressione affinché gli europei e altri alleati facciano lo stesso. Il motivo per cui questa azione non è ancora rilevabile nei dati di flusso è che il mondo delle democrazie aveva preso una dipendenza talmente forte dall’export cinese da richiedere molti anni per ridurla. Per esempio, la sostituzione di una fornitura cinese richiede la ricostruzione di una capacità residente, visibile nel reshoring e friendshoring di produzioni con valore critico, non in quelle con valore minore, e pone il problema di rinunciare ad un costo basso della fornitura. Ma la guerra a bassa intensità è in atto e procede con crescente intensità. Ora c’è un momento di tregua perché la Cina ha enormi guai interni e l’America anche, pur meno, ma il disaccoppiamento tra blocchi sinorusso e complesso democratico aumenterà.

Il mercato delle democrazie è molto ampio, legalmente controllato da standard simili e molto capitalizzato: strutturarlo meglio sarà la base per una “riglobalizzazione selettiva”. Ma c’è il rischio che alla fine il suo perimetro sia troppo piccolo per la varietà di aziende globali residenti nell’area detta. Pertanto ci si può attendere un allargamento del mercato presidiato dalle democrazie nell’area grigia che sta in mezzo ai due blocchi (circa 5 miliardi di abitanti), cioè Africa, Sudamerica, India, il Pacifico insulare, il mondo islamico e parte dell’Asia centrale. Ma anche il blocco sinorusso ha il medesimo problema, anzi più grave perché la Russia è isolata, e si sta agitando come non mai per sfuggire al soffocamento, e la Cina trova barriere crescenti alla sua espansione, in particolare nelle nazioni viciniori che ne temono l’aggressività. Tale situazione fa dire agli esperti di strategia che la guerra tra i due blocchi diventerà più intensa nell’area grigia, oltre che nello spazio extraterrestre. Ma l’analisi di geopolitica economica enfatizza il fatto che tale guerra, a parte conflitti locali pum pum, si svolgerà attraverso un condizionamento delle nazioni grigie che le porti a favorire il business della propria parte. Ma queste nazioni grigie hanno ben capito il gioco e (le più appetibili) si stanno posizionando per essere corteggiate, con offerta di vantaggi, da ambedue i blocchi. Il punto: le aziende residenti nel G7, perché sottoposte a valutazioni finanziarie evolute, hanno bisogno di un’architettura strutturata per valutare come sicuro un insediamento in un dato territorio, cioè sicurezza geopolitica, legale e di ordine interno del territorio stesso, ecc. E tale architettura potrà essere data solo da accordi economici “G to G”. Su questo punto si intravede una possibile competizione tra quelli fatti dall’Ue e dall’America. L’Ue sta puntando ad accordi con l’India, il Mercosur, ecc. l’America sta cercando di costruire aree economiche dove gli europei non ci sono, per esempio nell’Indo-Pacifico. Tale competizione entro l’alleanza, oltre che favorire l’avversario e rendere difficile il coordinamento degli standard e delle risorse, ritarderebbe e forse ridurrebbe la riglobalizzazione selettiva intesa come zona sicura di mercato. Pertanto sembra prioritario un trattato euroamericano, che poi includa gli altri alleati, per andare a conquistare in modo congiunto più area grigia possibile e metterla in sicurezza per il proprio business residente.                 

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