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Carlo Pelanda: 2022-6-11Verità and Affari

2022-6-11

11/6/2022

Per ridurre lo spread non ci sono soluzioni europee ma solo nazionali

Il mercato finanziario italiano – e di conseguenza quello complessivo - sta soffrendo la vaghezza con cui la presidente della Bce ha trattato il tema del contenimento degli spread nell’Eurozona, punto critico per l’Italia che ha visto peggiorare a proprio danno lo spread stesso: inventeremo qualcosa. Prendiamo il lato positivo di questa dichiarazione sub-ottimale e chiediamoci: cosa potrà inventarsi la Bce?

Qualcosa di potenzialmente calmierante lo ha già inventato: rinnovare gli acquisti di debito fatti nel periodo dell’allentamento quantitativo per scopi di reflazione, per oltre 300 miliardi circa quello italiano, trattenendoli nel bilancio: tale azione comporta una temporanea sterilizzazione di fatto di un’aliquota del debito italiano stesso. Ma, pur mitigante il fatto che la Bce non segua la Fed (che sta riducendo di circa 100 miliardi al mese il proprio bilancio), la realtà mostra che ciò non basta. Il mercato vuole impegni di prestatore di ultima istanza più decisi, pubblici e formalizzati per ridurre il premio di rischio nel rifinanziamento del debito italiano e nel mercato degli scambi di titoli. Ma questi non stanno emergendo, segno di poca coesione nel vertice della Bce. Inoltre gli attori di mercato hanno annotato una dichiarazione dilettantesca di Lagarde nel passato: “non siamo qui per occuparci degli spread”. Ora dichiara che è lì per occuparsi degli spread – punto centrale per la tenuta di una moneta priva di Stato, cioè di una politica fiscale integrata – ma nessuno ci crede veramente.

La misura più forte di riallineamento degli spread sarebbe un programma straordinario a debito comune di copertura dei deficit che alcuni Stati dell’Eurozona devono fare per sostenere i loro sistemi esposti a stress di costo per la situazione di guerra cinetica indiretta ed economica diretta contro la Russia. Ad occhio, il fabbisogno potrebbe essere di 400 miliardi per tutta l’Eurozona, per un biennio a partire dal giugno 2022, considerando che quello nazionale italiano, per due anni, è stimabile in circa 60 miliardi per togliere tasse (e gettito) alle accise sui carburanti, al cuneo fiscale per dare più netto mensile ai lavoratori senza innescare una spirale prezzi/salari, ecc. Ma è possibile disegnare un “War recovery fund” in modo che questo non diventi un’ulteriore “pompa di capitale” con effetti inflazionistici? È possibile con impieghi mirati, ma al momento è inutile sprecare tempo con questa ipotesi perché non c’è euroconsenso per dettagliarla e applicarla: le nazioni meno vulnerabili ai costi bellici e dintorni rifiutano un altro episodio di debito comune, la Germania che è nei guai crede di superarli con risorse e riserve nazionali. Resta l’Italia che è troppo indebitata per coprire il fabbisogno d’emergenza con altro debito senza ombrello europeo. Roma sta tentando di ottenere il sostegno di Parigi, ma è improbabile che la Francia si metta a litigare con la Germania. Non si può escludere che alla fine un War recovery fund in forma di eurobond o debito sterilizzabile si faccia, ma è opzione contrastata e quindi a probabilità decrescente.

Filtrano, invece, voci che fanno intendere sia allo studio della Bce un programma di protezione selettiva del debito italiano. Un acquisto di 30 miliardi anno di debito nazionale per extradeficit? Potrebbe essere un’ipotesi motivata con un nuovo linguaggio interpretativo dello statuto della Bce (la difesa della stabilità monetaria) senza modificarlo e aggiungendo un capitolo alle situazioni d’emergenza previste nel Patto di stabilità. In teoria si può fare, ma nel caso migliore il motivo di rischio per la stabilità monetaria a quale livello di spread farebbe riferimento per attivare tale contromisura: 200, 300, 400? La sensazione, lasciando stare la condizionalità mortifera certamente applicata, è che tale misura selettiva non servirebbe a riallineare verso il basso lo spread italiano, ma a tenerlo sotto cappa con il mercato speculativo pronto a farla saltare. Quindi è probabile che il governo italiano con limiti di indebitamento – già enfatizzati dalla Commissione Ue- alla fine debba scaricare il gap sul mercato e sulla popolazione, trasferendo il rischio finanziario a quello di stabilità politica, problema peggiorato dal rischio di aumento recessivo delle tasse. In termini macro si comincia a vedere un “gioco del cerino”: le Banche centrali stanno cercando di disinflazionare i sistemi mandandoli in recessione; in tal modo trasferiscono la responsabilità della tenuta economica alla politica fiscale, ma gli Stati, come l’Italia, con bilancio bloccato sul piano del deficit eurocompatibile si trovano con una coperta troppo corta e devono, appunto, vampirizzare le loro unità economiche e popolazione e/o lasciarli senza coperture adeguate. In questo (ri)trasferimento della funzione di garante di ultima istanza dall’Europa alle nazioni, in realtà, ci sarebbe una soluzione nazionale: riallocare un’aliquota della spesa pubblica verso maggiore produttività, riducendola, e attivare un programma di vendita del patrimonio pubblico per ridurre il debito in modi non recessivi. Sarebbe la soluzione più efficace. Ma i partiti non se la sentono in numero sufficiente di rinunciare all’assistenzialismo né di impacchettare (e finanziarizzare) dai 200 a 400 miliardi (possibili) di patrimonio per avviare la de-debitazione. Ma, alla fine, questa sarà l’unica soluzione praticabile per l’Italia ingabbiata nell’Eurozona.                  

(c) 2022 Carlo Pelanda
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