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Carlo Pelanda: 2022-4-23La Verità

2022-4-23

23/4/2022

Le aziende alla ricerca di zone sicure nel mercato internazionale

A chi scrive, in quanto (macro)scenarista, stanno arrivando sempre più richieste di un parere su quale potrà essere una “safe zone” per gli investimenti/posizionamenti nel mercato internazionale nei prossimi 10-15 anni. I richiedenti sono, per lo più, grandi aziende e gruppi finanziari euroamericani, nonché qualche media impresa italiana, alle prese con decisioni di investimento lungo. Il loro fabbisogno analitico, per estendere temporalmente le analisi SVOT, è determinato dall’osservazione che il mercato internazionale si sta bipolarizzando, con un blocco sinocentrico da un lato ed uno americocentrico dall’altro, in crescente conflitto tra loro.

Tale osservazione è in linea con quanto ipotizzato dallo scrivente quando, nel 2013, aprì un programma di ricerca con il titolo “Deglobalizzazione conflittuale e riglobalizzazione selettiva”. In quell’anno, infatti, l’Amministrazione Obama, fallita la convergenza sinoamericana tentata dal 2009 in sede G20, lanciò il progetto di due grandi aree economiche integrate, una nel Pacifico (Tpp), e l’altra nell’Atlantico, cioè con l’Ue, (Ttip) che escludevano Cina e Russia. Per inciso, nel 2014 Pechino avviò il progetto Via della seta come reazione simmetrica all’iniziativa statunitense e la Russia attuò diversi sabotaggi per bloccare il Ttip. L’Amministrazione Trump nel 2017 uscì dal Tpp, ma dichiarò la Cina un nemico sistemico, con il sostegno bipartisan del Congresso. L’Ue, su spinta tedesca, volle mantenere una posizione neutralista a favore della sua strategia mercantilista globale, motivo di divergenza crescente tra America ed Ue. Aggravata dal fatto che Giappone e Canada, costretti ad accordi penalizzanti dall’amministrazione Trump, siglarono rapidamente accordi commerciali zero dazi con l’Ue per compensare. L’Amministrazione Biden ha mantenuto l’impostazione di quella Trump (ed Obama) verso Cina e Russia, ma con una strategia di riconvergenza verso l’Ue. Alla quale Pechino ha risposto convergendo con la Russia. Prima della guerra in Ucraina tali movimenti non hanno toccato granché i flussi commerciali: la Cina ha perfino aumentato l’export verso l’America nonostante le sanzioni (dazi), lo stesso tra Ue e Russia. Ma dopo lo scoppio del conflitto e relativa guerra economica contro la Russia, con potenziale di estensione alla Cina, i confini economici tra i due blocchi stanno diventando più rigidi, accelerando la tendenza di deglobalizzazione conflittuale.

L’esito è che insediare e finanziare business è tossico in Russia e che il farlo in Cina è sempre più pericoloso. A parte i rischi reputazionali, normativi e di incorrere in sanzioni, chi scrive ha immesso nello scenario anche il rischio di implosione dei regimi autoritari. Nelle democrazie i passaggi di potere sono regolati istituzionalmente, dando a queste il vantaggio della stabilità nel tempo, mentre nelle dittature avvengono attraverso conflitti tra fazioni e momenti di disordine sistemico. Xi Jinping ha assunto poteri dittatoriali nel 2017, interrompendo la collegialità stabilita da decenni, proprio per dare un’immagine di solidità prospettica della Cina. Ma la violenza con cui ha agito ha prodotto il risultato contrario, fino al punto di dover esasperare il nazionalismo verso l’esterno come strumento per tenere il controllo interno, considerando che il miracolo economico cinese ha raggiunto il picco anni fa ed ora il sistema soffre una “sbolla”. In sintesi, c’è un rischio crescente che la Cina possa implodere o comunque entrare in una fase di disordine che non la renderà più una safe zone.

Pertanto bisogna guardare al lato della “riglobalizzazione selettiva”: America, Ue, Giappone, Canada, Australia e loro aree di influenza. La tendenza alla convergenza tra questi gruppi di nazioni c’è. Ma per definire questa area fluida e sicura per i flussi commerciali e finanziari manca un consolidamento dell’architettura politica che stabilizzi norme e standard e la predisponga ad evolvere verso la convergenza monetaria. L’evento principale di strutturazione sarà un trattato economico tra Ue ed Usa, anche capace di armonizzare i diversi trattati bilaterali siglati dai due, creando una grande matrice globale dove il business è garantito da stabilità politica e protetto da un ombrello di sicurezza integrata. L’Ue sta iniziando a configurarsi per questa tendenza perché la Germania, pur molti i riluttanti, persegue un aggancio più forte al mercato delle democrazie, abbandonando il mercantilismo neutralista, tema che riguarda anche l’Italia per similarità nella dipendenza dall’export.  L’America è pronta per più convergenza (meno frizioni), ma non ancora per formalizzarla. Comunque la tendenza c’è e già adesso si può dire che il mercato delle democrazie è certamente più sicuro dell’altro blocco. Ma quanto sarà grande? Dipende dalla capacità del complesso democratico (G7+) di estendere la sua area di influenza in Africa, Golfo, India, Sudamerica e Pacifico non ancora cinesizzato. Il potenziale superiore a quello del blocco sinorusso per riuscirci c’è, pur molte aree contendibili, così come la tendenza. Ma manca ancora una strutturazione forte del complesso democratico per dargli la forza economica e militare combinata per realizzare l’obiettivo. Tuttavia, è già chiaro dove investire ed insediarsi: nel dominio e sotto l’ombrello delle democrazie convergenti e loro aree di influenza. Altrove c’è troppo rischio.

(c) 2022 Carlo Pelanda
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