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Carlo Pelanda: 2021-10-24La Verità

2021-10-24

24/10/2021

Pechino tenta una pericolosa aggressività esterna per bilanciare la crisi interna

Xi Jinping sta aumentando l’aggressività esterna della Repubblica popolare cinese perché pensa di ottenere vantaggi da una strategia assertiva, in particolare quello di ergersi a potenza simmetrica contro quella statunitense, oppure lo fa principalmente per motivi di tenuta interna? Le due motivazioni implicano due diversi rischi per la stabilità globale. La seconda è per lo più nominalistica è comporta solo il rischio di incidenti per le frizioni che tendono a diventare più ravvicinate, per esempio lo F16 taiwanese che tallona il bombardiere cinese provocatoriamente sopra Taiwan. In tali casi, per contenere l’escalation, America e Cina dovrebbero concordare un “telefono rosso” ed altri strumenti di raffreddamento, come già successo durante la Guerra fredda, forse riconfigurandola come “Pace armata”. Certamente l’Amministrazione Biden punta a questo tipo di relazione sia perché comunque ridurrebbe la Cina entro i propri confini, depotenziandola, sia eviterebbe una guerra che comporterebbe una destabilizzazione del mercato globale essendo la Cina parte integrata di questo e non separata come lo fu L’Urss nel passato. Se, invece, si tratta di una strategia che già include il conflitto nel piano, allo scopo di sfuggire all’accerchiamento/compressione – motivo, per esempio, per cui Tokyo attaccò l’America nel 1941 - contando sul fatto che le democrazie non se la sentano di rischiare colpi nucleari per difendere Taiwan, allora la risposta delle democrazie stesse si fa molto complicata. Per esempio, Hitler adottò proprio questa strategia della minaccia, in particolare nel 1938, con successo perché le democrazie “mollarono”. Ma poi la guerra fu devastante. Avendo appreso la lezione, le democrazie non de-bellicizzate certamente hanno predisposto gli strumenti per attacchi preventivi che annichiliscano il potere proiettivo cinese prima che venga impiegato. Xi un po’ sta giocando la carta hitleriana, ma con grande attenzione a non superare linee rosse nei fatti, pur facendolo a parole, in particolare nel caso taiwanese. Cerchiamo di capire.

L’ipotesi di chi scrive è che Xi stia usando la mobilitazione nazionalistica per bilanciare  i dissensi interni dovuti alla regressione dell’economia ed all’implosione finanziaria, con un suo timore forte per la controreazione dei “tycoon” supericchi – emersi grazie al sostegno del Partito comunista, ma poi autonomizzatisi -  a cui ha recentemente imposto il controllo diretto: questi stanno riservatamente elargendo soldi a parecchi membri top del Partito per fare una sorpresa a Xi nel corso del rinnovo del suo mandato nel 2022. Tale sorpresa sarebbe infattibile in una situazione di tensione prebellica. Va poi considerato che dal 2013 Xi ha tolto ai militari il “diritto di stecca” e la gestione di alcune grandi aziende, certamente non ricevendone amore. Da un lato, ha soddisfatto buona parte del sistema militare aumentando enormemente la spesa settoriale. Dall’altro, i militari non fedeli alla sua cordata, ed esclusi, gliela hanno giurata. Ma perfino più ostili sono i leader provinciali che hanno fatto i soldi vendendo i terreni pubblici a costruttori che si indebitavano con le banche per costruire case indipendentemente dalla domanda: ora è “sbolla”, aggravata dalla stretta di Xi nel settore, cioè prestiti inesigibili per milioni di abitazioni rimaste vuote con la conseguenza di milioni di risparmiatori rovinati. Probabilmente Xi ha assunto poteri dittatoriali nel 2017 per mettere fine al disordine interno, modificando il modello di semi-liberalizzazione economica voluto da Deng Xiaoping dal 1978 in poi. Ora dovrà usarli per mantenere il controllo dell’enorme varietà della Cina, di cui una bella fetta è ostile, e certamente il ricorso al nazionalismo orgoglioso è utile. Possiamo quindi sperare che il rischio di conflitto resti solo a livello di parole e di dimostrazioni “di arsenale”? E’ possibile, tra l’altro chi scrive ritiene che Pechino non voglia compromettere l’export grazie al quale vive, nonostante lo sforzo per dare più leva ai consumi ed investimenti interni, ma dobbiamo considerare che quando si inizia una mobilitazione bellica è difficile tornare indietro nonché che l’attacco a Taiwan (perché simbolo massimo per la Cina nazionalsocialista) potrebbe essere l’ultima risorsa di Xi per restare al potere. Infatti, la Cina è stata bloccata globalmente nella sua espansione geoeconomica per l’azione statunitense avviata da Trump nel 2017 e continuata da Biden. Perfino l’Ue, dove Pechino aveva già pensato di aver piantato bandiera grazie al reclutamento una moltitudine di “influencer”, plateali per sottomissione incentivata quelli italiani, ha preso una postura sino-limitativa e predisposto uffici commerciali a Taiwan. In sintesi, la Cina di Xi è un flop ed è questo che non può far escludere atti aggressivi irrazionali.

Infatti l’America non esibisce il meglio del suo arsenale (c’è stata una discussione a Washington in materia in cui è prevalsa la linea di non svelarlo sia per motivi di marketing politico sia per la probabilità di dover veramente usare armi di assoluta superiorità a sorpresa). Inoltre c’è un fatto non-confermato, ma che va considerato: la Russia ha venduto alla Cina la tecnologia dei missili cruise ad alta manovrabilità e iperveloci (oltre i 5.000 Km ora, alcuni modelli 7.000). Ma “spifferi” avvertono che ha dato una versione degradata. Per paura di ritorsioni americane o perché anche Mosca è preoccupata dalla turbolenza cinese? In conclusione, ci dobbiamo augurare che Biden e Xi si parlino presto, ma una franca chiaccherata tra Stati Uniti, Ue, e Russia sarebbe altrettanto importante, anzi di più: aquila a tre teste contro il dragone

(c) 2021 Carlo Pelanda
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