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Carlo Pelanda: 2021-9-19La Verità

2021-9-19

19/9/2021

La sceneggiata francese e il problema reale dell’influenza Ue nel Pacifico

Era già noto da tempo che l’Australia non avrebbe confermato l’ipotesi di comprare sottomarini nucleari e dintorni, per decine di miliardi, dalla Francia e che si sarebbe rivolta all’America, unica semi-novità l’inclusione del Regno Unito. Fingendosi sorpreso, Emmanuel Macron, manca di rispetto all’intelligence francese che lo ha avvertito già nel gennaio 2021, anche allertata da quella cinese, preoccupatissima che l’America distribuisse agli alleati armi di serie A, e da quella russa, interessatissima (per vendere ai cinesi armi di superiorità). Il richiamo degli ambasciatori in Australia e America è una sceneggiata francese che ha come scopo sia suscitare indignazione e senso di inaffidabilità contro l’America a favore di un’autonomia strategica europea francocentrica post-Nato, cioè soldi europei per l’industria militare francese, sia di punire l’Australia per lo sgarbo, anche annunciando il veto al trattato commerciale con l’Ue, come dimostrazione verso altri (in realtà il premier australiano aveva avvertito Macron che l’ipotesi era sotto revisione). La Francia imbizzarrita costringe l’Ue ad assecondarla sul piano nominale: OK per la difesa europea, ma entro la Nato, ridicolizzando Parigi e il piano Ue per l’indo-Pacifico che questa aveva sollecitato. Ridicolizzare Parigi va bene, pur mai saggio esagerare, ma l’ingaggio dell’Ue nell’indo-Pacifico non è roba da ridere e merita una riflessione strategica di interesse nazionale italiano, non viziata dal napoleonismo velleitario francese.

Perché l’Australia aveva avviato l’idea di fornitura nucleare francese. Era il primo “periodo Trump” dove tutti gli alleati furono spaventati. Per esempio, Giappone e Canada cercarono trattati commerciali con l’Ue, cedendo molto, per trovare un’alternativa all’America. Poi, già nell’ultimo anno dell’Amministrazione Trump, con poi conferma amplificata dall’Amministrazione Biden, è tornato un clima di convergenza tra alleati. Pertanto l’Australia non aveva più bisogno di alternative. Inoltre, il teatro indo-Pacifico si stava scaldando e la difesa contro la penetrazione cinese diventava un tema talmente critico da costringere l’America a distribuire agli alleati ritenuti più sicuri armi e sistemi tecnologici di serie A. Necessità anche dovuta al sospetto che la Russia in enormi difficoltà finanziarie, vendesse alla Cina sia la nuova generazione di missili cruise ipersonici sia tecnologia sottomarina molto evoluta. La Francia ha sistemi di serie B, con una reputazione di portaerei che perdono le eliche in mare, e non è considerata un partner sicuro. Quindi la scelta australiana è stata razionale visti i nuovi sviluppi: la Cina fa sul serio, la risposta deve essere seria. Anche perché difendere una nave di superficie da ipermissili a testata nucleare, e da armi spaziali, potrebbe essere molto difficile e quindi la difesa va più caricata sui sottomarini ad alte prestazioni sia nautiche sia belliche. In sintesi, l’Australia ha avuto motivi razionali per rompere la trattativa commerciale con la Francia e questa non ha argomento per un veto al trattato commerciale con l’Ue. E le andrebbe detto.   

Tuttavia, il fatto conferma che l’America preferisce costruire due alleanze separate nel Pacifico e nell’Atlantico, diventando centro di ambedue e impedendo che gli alleati asiatici ed europei si uniscano condizionando l’America stessa. Ciò non è nuovo, per esempio è stata la formula dei due trattati commerciali tentati dall’Amministrazione Obama dal 2013 al 2016, ma all’Italia non va bene essere classificata come un’alleata entro un’Ue come entità solo regionale senza profilo politico globale avendone uno economico mondiale. Il punto: l’Italia deve spingere l’Ue verso un accesso all’indo-Pacifico che co-interessi Francia e Germania e sia utile all’America per poter espandere il proprio raggio geo-economico di interesse nazionale. La logica è che l’Italia è una potenza piccola sul piano politico, ma grande e globale su quello economico. Pertanto la sua Grand Strategy implica necessariamente l’uso delle alleanze con America ed europei per moltiplicare la sua forza nazionale.

Una via è creare un presidio più ampio in Africa in collaborazione con la Francia, anche occasione per convergere selettivamente, sapendo che la Germania lì ha interessi economici forti e che l’America non ha risorse per ingaggi diretti, ma darebbe volentieri ombrello ad un’operazione europea. Anche perché l’Africa diventerà l’area critica di un indo-Pacifico esteso, dove la Cina è già presente e combattiva e la Russia vuol far crescere l’influenza. La porta africana appare la migliore per conquistare influenza nel Pacifico e dare all’Ue un profilo globale sostenuto da presidio militare proprio convergente con quello americano, estendo anche il raggio della Nato di fatto. Tale strategia sarebbe anche una piattaforma di convergenza tra Italia e Francia per ridurre l’aggressività della seconda. E senza questa strategia, e senza Roma, Parigi verrà espulsa dall’Africa e mai influenzerà il Pacifico. Mi auguro che qualcuno a Parigi veda il realismo di tale strategia collaborativa per utilità reciproca, smettendo di pensare una politica di potenza che non è in grado di eseguire. Inoltre l’operazione in Africa dell’Ue sotto ombrello statunitense e collaborazione britannica metterebbe in ordine l’Africa stessa: eliminazione di terroristi, criminali, influenza per riordinare paesi stravolti da dittatori, sviluppo, ecc. Appunto, è interesse nazionale italiano doppio spingere l’alleanza verso questa strategia.

(c) 2021 Carlo Pelanda
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