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Carlo Pelanda: 2021-9-5La Verità

2021-9-5

5/9/2021

Torna la priorità dell’ordine

Finisce il periodo d’emergenza, segnalato da significativi rimbalzi della crescita in tutte le nazioni rilevanti del mercato globale, e inizia quello del ritorno all’ordine economico e finanziario che era stato sospeso per mitigare l’impatto dei blocchi anti-pandemici. L’operazione appare molto difficile, in generale, e difficilissima per l’Italia per il peso dell’enorme debito pregresso e cumulato nel 2020, fino a circa il 160% del Pil, nonché, va doverosamente notato, per un modello economico interno non ancora aggiustato per poter equilibrare il debito stesso con una crescita robusta e duratura. Invece di entusiasmarsi per il notevole rimbalzo dell’economia italiana, alludendo e illudendo che sia un fenomeno strutturale mentre in realtà è solo contingente, e quasi ovvio, il personale politico dovrebbe prepararsi a configurare la nazione per renderla più efficiente e meno vulnerabile ai requisiti d’ordine.

La Bce, dove il tema è già conflittualmente caldo da almeno tre mesi, sta rifinendo un piano in cui la politica monetaria tenterà di rendere il più morbido possibile il rientro nell’ordine finanziario. Lo vedremo, tra le righe per intanto, nella riunione del prossimo 9 settembre. L’idea, in convergenza con quanto già deciso dalla statunitense Fed, è quella di prima ridurre l’acquisto dei debiti degli Stati, il Pepp attivato per permettere loro di farne in quantità straordinarie per gestire l’emergenza pandemica, e solo poi alzare il costo denaro con una notevole tolleranza per l’inflazione. Ma questa tolleranza – già formalizzata dalla Bce definendo il target di inflazione al 2% senza interventi correttivi troppo anticipativi al posto dell’obiettivo di sotto il 2% stesso con implicita una comunicazione al mercato di volerlo difendere a qualsiasi costo e quindi con correzioni rapide – è più vulnerabile ad un aumento duraturo dell’inflazione stessa di quanto ora venga detto dalle istituzioni dedicate. Certamente il picco di inflazione oggi registrabile nell’Eurozona (oltre il 3%, pur dato disomogeneo tra nazioni) e negli Usa (attorno al 5%) dipende da contingenze dovute a distorsioni temporanee del mercato. Dall’altro, un po’ per il costo del denaro troppo basso e un po’ perché le distorsioni accennate potrebbero avere una “coda” lunga, un’inflazione duratura oltre le soglie ordinative della politica monetaria è un rischio incombente. Per inciso, se si valuta il rendimento reale di titoli di Stato e altre obbligazioni con riferimento ai tassi nominali quasi a zero, si osserva che la perdita di valore nel tempo è dal meno tre al meno cinque per cento e non di pochi decimi sottozero, bilanciabili. Distorsione sistemica pericolosa: l’inflazione reale sta già mangiando valore. Al momento il dato è tenuto sotto il tappeto, ma qualora venisse fuori in proporzioni significative, la Bce non potrebbe far altro che alzare il costo del denaro e mettere a rischio di insostenibilità alcuni debiti nazionali, in primis quello italiano. E lo Stato italiano non potrebbe far altro che alzare le tasse, molto probabilmente quelle patrimoniali, tendenza già avvertibile per esempio nella tentata riforma del catasto: il rischio per l’Italia è di effetto depressivo oltre che di fuga dei capitali perché considerata zona non sicura dal mercato. Tale rischio comincia ad essere annotato dagli analisti privati, ma anche istituzionali, già ora mentre qualche mese fa era valutato minore e solo avvertibile dal 2022-23 in poi.

Pertanto c’è meno tempo di quanto prima pensato per correre ai ripari. Infatti Mario Draghi non dice più “non è il momento di pensare al debito”, ma, annusando il nuovo zeitgeist, avverte che la priorità è consolidare ripresa. Infatti, un modo per difendere l’Italia dal rigore è quello di farla crescere oltre il 2% del Pil in modo duraturo. Con gli investimenti basati sui programmi europei? Un po’ aiuteranno, ma il risultato potrà essere ottenuto solo con cambiamenti sostanziali di modello – che necessariamente hanno effetto differiti, ma utili per la fiducia – precorsi però da allocazioni minimizzate di spesa pubblica improduttiva e assistenziale per difendere la profezia che l’Italia (del cui potenziale il mercato è conscio) sta diventando una nazione a conduzione seria. Qualora tale profezia risultasse credibile, allora una parte del problema sarebbe risolta: il denominatore, il Pil, promette di crescere più del debito perché l’economia è facilitata da una modello riformato, i soldi pubblici non dissipati e le tasse ragionevoli. L’altra parte del problema richiederebbe una sterilizzazione di un’aliquota del debito italiano da parte della Bce allo scopo di comunicare al mercato che l’Italia è una “zona sicura”, protetta da un garante di ultima istanza, cosa che ridurrebbe il costo di rifinanziamento del debito impedendo, appunto, effetti depressivi.

L’enfasi sul rispetto delle condizioni imposte dall’Ue per dare all’Italia soldi a debito comune, pur queste non convergenti con le priorità di impiego che sarebbero di interesse nazionale, nonché la (sofferta) convergenza con la Francia per evitare brutte sorprese tedesche in sede Bce e Ue mostrano che il nucleo dei “Draghi boys” entro il governo italiano sta perseguendo la linea accennata. Ma questa soluzione dei “due governi”, il primo che predispone la nuova via verso l’ordine e la crescita e il secondo che pratica la vecchia strada è troppo instabile come fonte d’ordine. Soluzioni? Repubblica presidenziale con elezione diretta dell’esecutivo e separata da quella del legislativo. Tale soluzione è già nei fatti, è ora di esplicitarla come linguaggio politico per dare all’Italia, finalmente, ordine.

(c) 2021 Carlo Pelanda
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