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Carlo Pelanda: 2020-11-15La Verità

2020-11-15

15/11/2020

Sta emergendo un contropotere in Cina

All’interno del potere cinese sta succedendo qualcosa di nuovo ed importante che va annotato da chi riflette sulla strategia per risolvere la “questione cinese”: lo scontro tra “aristocrazia rossa” e i grandi capitalisti, assimilabili ad élite borghesi/mercantili. La cancellazione d’imperio, con scuse piuttosto ridicole di tipo regolatorio, voluta direttamente da Xi Jinping – informazione raccolta dal Wall Street Journal – del processo di quotazione di Ant, piattaforma fintech posseduta da Jack Ma, geniale fondatore del gigante di e-commerce Ali Baba, svela che il regime comunista non riesce più a condizionare e controllare i grandi tycoon, che per altro il regime stesso ha creato/facilitato, con le “buone”, come successo finora, e che per riuscirci deve usare le “cattive”. Non solo, il modo rumoroso e non silenzioso con cui Xi ha voluto bloccare Ma segnala la necessità di un atto dissuasivo nei confronti di altri grandi imprenditori ed imprese. E va anche rilevato che Ma stesso, prima del blocco e di fronte alla pressione del regime per allinearlo, non è stato zitto, ma ha accusato pubblicamente il regime di difendere un sistema bancario obsoleto e asservito totalmente alle cordate politiche a scapito della modernizzazione, via piattaforma elettronica ad accesso diretto, del microcredito a favore di famiglie e piccole imprese. In sintesi, un tycoon, per altro membro del Partito comunista, ha sia tentato di disintermediare un sistema bancario clientelare e ferruginoso sia non ha esitato a levare la voce contro il regime: l’aristocrazia rossa sta trovando un contropotere inaspettato e forte.

Decine di grandi gruppi industriali cinesi internazionalizzati stanno soffrendo la postura sempre più limitatrice delle loro penetrazioni da parte delle democrazie che li percepiscono, correttamente finora, come strumenti di influenza e di furto tecnologico. La norma cinese li obbliga formalmente ad obbedire al sistema di sicurezza (e spionaggio) cinese, nonché a condividere le decisioni di strategia con un commissario politico. Ora dentro queste aziende ci sono top manager, nonché proprietari, che si rassegnano alla limitazione e chiedono compensazioni al regime ed altri che, invece, perseguono un tentativo di accreditarsi come gruppi di aziende e servizi de-politicizzati e dediti alla sola missione di business. I primi sono di più anche perché temono di essere uccisi. Ma i secondi stanno crescendo ed hanno grandi quantità di soldi per reclutare membri del Partito comunista, elementi militari e della sicurezza interna, creando un contropotere sufficiente. Xi ha puntato al potere nel 2012-13 come rappresentante dell’interesse dell’aristocrazia rossa – i discendenti dei comunisti della Lunga marcia – contrapposta ai nuovi capitalisti. Negli anni ’90 il Partito comunista cinese – oltre ad aver inserito nel suo programma che il liberismo economico, separato dal liberalismo democratico, è la miglior via per realizzare il socialismo – ha favorito l’ascesa di grandi imprese, nominalmente private, ma con proprietà e controllo condizionati dal regime, per dare all’esterno l’idea di una nazione modernizzante e per costruire un concreto capitalismo di Stato. Questo modello poi si è combinato con quello di gestione pragmatica del potere inaugurato da Deng Xiaoping nel 1978: armonizzare le diverse correnti politiche (anche territoriali) dando a ciascuna “il diritto di stecca” per arricchire i membri, entro un equilibrio di alternanza concordata nel potere, per evitare conflitti interni devastanti. Ma nel tempo il modello ha compresso gli aristocratici e dato un crescente potere ai “capitalisti rossi”. Xi prese il potere con estrema violenza, eliminando cordate avverse con la scusa della lotta alla corruzione, imponendo la sua, e attuando un controllo più forte sulle aziende. Nel 2017 assunse poteri dittatoriali per consolidare il proprio potere. Ma questa mossa ha scatenato controreazioni e un iniziale contropotere che Xi stesso sta facendo fatica a domare. Che Xi sia incline ad errori strategici per eccesso di autoritarismo (la vecchia scuola maoista-stalinista) è evidenziato, oltre che dall’aumento della repressione e dei campi di sterminio, dal fatto che la politica estera cinese aggressiva ha provocato la compattazione difensiva di tutte le nazioni vicine. In sintesi, questo è un leader che per rafforzare il potere genera sia un contropotere sia una delegittimazione, indebolendo il regime. Al momento questo è ancora forte, ma si intravedono crepe e quindi la possibilità di cambiarlo dall’interno, non presto, ma in prospettiva.

La “questione cinese”, infatti, pone un dilemma: il regime comunista è un cancro orrendo per il mondo, ma la Cina è uno dei centri principali del mercato globale. Una compressione esterna troppo forte rischierebbe di produrre, controreazioni belliche a parte, una depressione mondiale. Infatti è in atto un condizionamento/contenimento “leggero” che punta a limitare l’espansione del potere globale sinocomunista in base ad analisi che trovano pericolosi tentativi di cambiamento di regime. Ma i primi segni di un contropotere interno pragmatico e modernizzante, nonché di malcontento crescente nella popolazione per un’economia non più in grado di realizzare i sogni di 800 milioni di persone a fronte dei 500 diventati abbienti, aprono una nuova prospettiva si soluzione interna, da valutare. Per inciso, il Vaticano dovrebbe mettere le sue rimarchevoli risorse intellettuali e di potere morale al servizio del progetto di liberazione della Cina dal comunismo e non per quello di rinforzare un regime nazistoide che mostra le prime crepe. Per conoscenza, al governo italiano.

(c) 2020 Carlo Pelanda
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