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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-7-14La Verità

2019-7-14

14/7/2019

Nell’anniversario lunare emerge la necessità di un’esostrategia italiana

Lo Sputnik sovietico fu uno shock per l’America negli anni ’50 e ancor di più la missione Vostok 1 che mandò per la prima volta nella storia un uomo in orbita, Yuri Gagarin, nell’aprile del 1961: la tecnologia militare sovietica era superiore, poteva dominare dall’orbita la superficie terrestre e ciò segnalava al mondo un potere crescente di Mosca. In quel periodo gli analisti statunitensi avvertivano sia che l’economia sovietica stava diventando fortissima (in realtà un’illusione ottica dovuta al temporaneo effetto della ricostruzione post-bellica) sia che i partiti comunisti nelle nazioni alleate stavano aumentando l’influenza. L’America reagì in due modi. Il meno noto fu la decisione di permettere agli alleati di esportare tutto quello che volevano nel mercato statunitense senza chiedere loro reciprocità. Tale strategia del commercio internazionale asimmetrico permise agli alleati di fare soldi con l’export per sostenere modelli interni inefficienti e dissipativi di protezionismo sociale per finanziare il consenso, togliendo spazio alle offerte politiche comuniste-socialiste. Funzionò, ma creò una configurazione del mercato internazionale totalmente dipendente dal deficit commerciale statunitense e insostenibile, per inciso motivo dell’enfasi su riequilibrio e reciprocità da parte dell’attuale presidenza americana. Più nota è la risposta simmetrica di John F. Kennedy: andare per primi sulla Luna come strumento sia simbolico per affermare la superiorità statunitense sia tecnico per ottenere concretamente il dominio militare dell’orbita. In sintesi, lo sbarco sulla Luna nel 1969 fu spinto dalla priorità di estendere la (geo)politica di potenza dalla superficie allo spazio. Il programma lunare statunitense, inoltre, inaugurò la cosmesi delle esopolitiche militari: affidarle ad agenzie civili, in realtà a conduzione militare, e mascherarle come missioni scientifiche e di incriticabile progresso per ottenere sia il consenso diffuso al riguardo dell’enorme spesa pubblica dedicata sia quello selettivo della comunità scientifica dove prevale l’insofferenza per l’uso militare della conoscenza. Ma la lezione più importante fu l’evidenza di quante nuove tecnologie furono inserite nel mercato civile grazie alla esocompetizione tra potenze: creò la nuova economia tecnologica.  

Per questo ritengo positiva e dinamizzante la nuova competizione tra America e Cina per la superiorità strategica e la sua estensione non solo all’orbita, ma anche allo spazio profondo. Ambedue hanno programmi per sbarcare primi su Marte, obiettivo simbolico, con lo scopo reale di creare un presidio nello spazio profondo per controllare l’orbita stessa “da dietro” e non solo via armamenti antisatellite lanciabili dalla Terra. In sintesi, l’intero sistema solare diventerà un campo di (potenziale) battaglia. La quantità e qualità di nuove tecnologie per gestirlo è impressionante in base ai progetti, a sviluppo di decenni, che già filtrano.  Gli esseri umani non possono stare a lungo nello spazio esposti a radiazioni e all’effetto debilitante dell’assenza di gravità. Sorgerà una nuova generazione di strumenti robotizzati? Certamente, ma l’intelligenza artificiale ha limiti e per eccitare il consenso all’enorme spesa pubblica necessaria per le esomissioni bisogna mandare esseri umani nello spazio e su altri pianeti, non (solo) robot. Per questo sarà necessario creare esohabitat grandi abbastanza – basi spaziali e astronavi - per proteggere i terrestri da radiazioni e per dare loro gravità artificiale. E questi oggetti molto grandi difficilmente potranno essere assemblati con componenti lanciate dalla Terra, ma dovranno essere costruiti nello spazio, in cantieri orbitali oppure vicino alla fascia degli asteroidi dove estrarre i metalli utili. Vanno inseriti nello scenario anche gli aerei orbitali “privati” oggi finalizzati al turismo spaziale – di cui l’Italia sarà base a Grottaglie – ma in realtà prototipi per le missioni antisatellite “da sotto” nonché per aeroplani “balistici”. In sintesi, l’esosfida sino-americana promette un salto tecnologico che determinerà nei prossimi 30-40 anni un nuovo livello selettivo nella competizione industriale tra nazioni. L’industria spaziale italiana è la sesta al mondo, con più di 250 aziende ingaggiate e almeno altre 1.500 potenzialmente coinvolte. In quali programmi va collocata? Certamente non in quelli cinesi. Di più e meglio nell’Esa, agenzia europea, a conduzione francese che però comprime il potenziale italiano? In quelli Nasa e Pentagono? La soluzione migliore sarebbe una convergenza euroamericana, ma è difficile per la volontà francese di sovranismo europeo come strumento per proteggere la propria industria nazionale. Pertanto trovare il giusto moltiplicatore di potenza per l’industria spaziale italiana è una decisione che tende a mettere in conflitto la scelta tra programmi europei e statunitensi, tra l’altro nel dubbio di quanto i secondi saranno aperti agli alleati. L’ipotesi preliminare di (eso)strategia che suggerisco ai nuovi organismi dedicati alla politica spaziale sia nel governo sia in Parlamento è la seguente: a) rafforzamento dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) dandole mani libere per le collaborazioni; b) creazione senza pudori di un piano spaziale militare italiano nel contesto di una posizione favorevole di Roma all’estensione della Nato nello spazio orbitale e profondo; c) proposta di un organismo G7 per la gestione congiunta di esoprogetti, provocatoriamente – per stanare Parigi -  già nel prossimo summit in Francia a fine agosto.   

(c) 2019 Carlo Pelanda
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