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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-5-26LaVerità

2019-5-26

26/5/2019

La scelta del sovranismo razionale

Chi demonizza il “sovranismo” dimentica che c’è una relazione stretta tra sovranità e ricchezza. E per questo sottovaluta un requisito fondamentale nella costruzione di organizzazioni internazionali per renderle stabili: bisogna comporre le nazioni in modo tale che alla loro cessione di sovranità ad uno standard internazionale, per esempio monetario globale o un agente sovranazionale europeo, corrisponda un ritorno della sovranità stessa in forma compatibile con lo standard, ma che non danneggi le nazioni stesse. Questo, semplificando, è il principio di “sovranità bilanciata” elaborato dal prof. Paolo Savona e da me nel 2001 (Sovranità & ricchezza, Sperling). Per esempio, l’Italia ha mantenuto la sovranità sul debito pubblico, ma la ha ceduta sui mezzi per ripagarlo (politica monetaria, del cambio e, soprattutto, di bilancio) senza ricevere, con bollino blu europeo vidimante, strumenti istituzionalizzati di compensazione per tale perdita di facoltà. E per questo motivo, pur prevalente quello del disordine politico interno, la nazione ha subito un impoverimento catastrofico negli ultimi due decenni: la cessione non bilanciata della sovranità economica ha contribuito alla perdita di ricchezza. Ciò serve per segnalare agli elettori l’utilità di un voto, oggi, a favore di una riparazione del sistema europeo che componga meglio regole sovranazionali e situazioni nazionali.

Ma bisogna distinguere tra sovranismi lirico/confuso e funzionale/razionale. Il primo persegue la configurazione di sistema chiuso con forti venature di protezionismo sia commerciale sia sociale/assistenziale e tende a distruggere la ricchezza nazionale. Il secondo persegue una formula di sistema aperto e connesso con il resto del mondo, ma governato in modo da evitare danni e produrre benefici per la nazione, armonizzandoli con quelli di altre. Un ottimo esempio di architettura europea fatta di “sovranità convergenti e reciprocamente contributive” composte con metodo funzionalista è studiabile nel periodo 1957, epoca del Trattato di Roma istitutivo della Comunità europea, fino a circa il 1990 quando furono avviati i lavori per il Trattato di Maastricht (1992) che sostituì la Comunità con l’Unione. Il metodo funzionalista costruiva regole sovranazionali nei settori in cui le nazioni vedevano dei vantaggi chiari e rinviava la convergenza dove per una o per molte c’erano dubbi. In tale modello non c’era il problema del bilanciamento della sovranità ceduta perché questa veniva mantenuta per le funzioni più importanti. Il problema si pose quando l’Unione prese una configurazione gerarchica con la pretesa di assorbire funzioni sovrane delle nazioni (bilancio e moneta). Qui fu fatto l’errore di imporre, per potere prevalente franco-tedesco e volontà francese di costringere la Germania a rinunciare al marco per limitarne la potenza, cessioni di sovranità senza bilanciamento, complicate da uno standard di rigore basato sul “criterio tedesco” non applicabile alle situazioni differenziate dell’euroregione. Ora tale architettura va riparata aggiungendo il ciclo di ritorno della sovranità ceduta, in modi eurocompatibili, affermando il principio che un’organizzazione internazionale è stabile e solida se le nazioni partecipanti si sentono comode. E lo si può fare ripristinando il metodo funzionalista, ovviamente aggiornato. Purtroppo l’elettore va alle urne senza poter scegliere tra progetti di riforma europea chiari e ben spiegati perché la campagna elettorale si è polarizzata su una dicotomia europeismo-sovranismo dove i due termini sono stati emotivizzati, nascondendone gli aspetti realistici sottostanti. Quelli più importanti sono che l’Ue di oggi è troppo dominata da Germania e Francia e non vuole attivare strumenti di sostegno alle nazioni con problemi, rendendone scomoda e spesso depressiva la partecipazione all’Ue stessa. Pertanto “europeismo” acritico significa voler continuare una situazione che impoverisce l’Italia oltre che destabilizzare in prospettiva l’euro in cui sono denominati i nostri risparmi. L’alternativa non può essere il sovranismo lirico e chiuso perché distruggerebbe l’Europa come moltiplicatore della forza nazionale dell’Italia e degli altri. Lo è, invece, il “sovranismo funzionale e convergente” finalizzato ad individuare per ogni nazione una posizione eurocomoda. Già l’Ue riconosce di fatto questo requisito fornendo flessibilità e permessi di violazione delle regole alle nazioni, in particolare dopo l’evidenza della catastrofica applicazione del rigore alla Grecia, ma lo fa informalmente, generando per questo distorsioni economiche e (geo)politiche. Ora si tratta di istituzionalizzare gli strumenti di flessibilità, trasformandoli da deroghe dalla regola in facoltà sovrane compatibili con il regime europeo, entro un modello di sovranità convergenti perché bilanciate. Quindi suggerisco di scegliere l’offerta politica che ha più probabilità di modificare il modello europeo nella direzione detta.   

(c) 2019 Carlo Pelanda
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