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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-3-31LaVerità

2019-3-31

31/3/2019

Per l’Italia è interesse strategico che Londra resti nell’Ue

John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, ha dichiarato che non vede l’ora di poter negoziare un trattato economico dalle caratteristiche eccezionali tra un Regno Unito fuori dall’Ue e gli Stati Uniti. Recentemente Donald Trump ha criticato Theresa May per non aver seguito i suoi consigli nella trattativa di divorzio con l’Ue, di fatto invitando il Partito conservatore britannico a sostituirla. Nell’autunno del 2018 la Casa bianca ha chiesto al Congresso di avviare tre negoziati di libero scambio: con l’Ue, con il Giappone e con il Regno Unito, dando per scontato che Londra uscisse dall’Ue il 29 marzo. Appare evidente che la strategia americana punti a incentivare una brexit secca con l’offerta di inclusione nel mercato statunitense nell’ambito di una strategia, per ora latente, di dissoluzione dell’Ue. Qual è l’interesse nazionale italiano in questo possibile scenario?

La definizione di quello britannico è resa difficile da una situazione di oggettiva difficoltà. La Francia vuole il Regno Unito fuori per diventare l’unico potere nucleare dell’Ue e “francesizzare” l’intera difesa europea nonché un centro finanziario alternativo a quello londinese con l’intento di far da barriera a quello americano. La Germania, pur favorevole Angela Merkel a reincludere il Regno Unito nel mercato europeo mentre si negozia il divorzio politico, soluzione che lo renderebbe indolore, teme altre defezioni, in particolare da parte dei sempre più inquieti Paesi nordico-baltici, che ridurrebbero la scala del suo geopotere in riferimento all’ambizione di rappresentare a livello globale una regione economica così grande da poter trattare alla pari con America e Cina, aderisce all’approccio punitivo/escludente voluto da Parigi. L’alternativa di una Brexit senza reinclusione certa e non svantaggiosa nel mercato europeo che porti all’annessione nel mercato statunitense comporta un rischio di colonizzazione che fa riflettere molte élite britanniche. Con questo voglio dire che il caos politico inglese non è tanto, o solo, dovuto ad inconsistenza della politica, ma a una situazione che non ha soluzioni positive per Londra: un futuro depotenziato o perché colonizzato dall’America o perché in posizione di partner economico senza influenza politica dell’Ue. Infatti suggerirei al centro strategico di Londra di ritirare la richiesta di uscita dall’Ue, prevista dall’articolo 50 dell’Unione e che gli altri europei non potrebbero rifiutare.

E’ interesse nazionale italiano evidente che il Regno Unito non esca dall’Ue per motivi di bilanciamento del potere franco-tedesco che l’Italia da sola non può riequilibrare, anche considerando che la Spagna persegue una politica di alleanza con Francia e (di più) Germania per sostituirsi all’Italia stessa come terzo potere continentale. Inoltre, poiché l’America ha in riserva il progetto di disarticolare l’Ue per prendere il controllo diretto delle nazioni dell’Eurasia occidentale nel caso che queste cedano troppo alla Cina o alla Russia, l’Italia è a rischio di essere lo strumento per realizzare tale eventuale strategia: mandarla in insolvenza giocando sul suo eccesso di debito combinato con la mancanza nella Bce della funzione di prestatore di ultima istanza per far saltare l’euro e il potere divergente franco-tedesco. Una Londra umiliata dall’Ue e inclusa dall’America avrebbe interesse ad aggiungere la sua potenza di fuoco ad un tale progetto. Se ciò fosse esagerato perché la turbolenza comprometterebbe anche il dollaro, comunque senza Londra l’Italia sarebbe costretta o a convergere in posizione di sudditanza penalizzante con i franco-tedeschi oppure a prendere una posizione filo-americana per contrastare la divergenza dell’Ue con l’America, ma che la metterebbe a rischio di essere commissariata dall’Ue stessa. In sintesi, l’uscita di Londra o un suo mancato reinserimento sincronico nel mercato europeo, e il fallimento di una riconvergenza complessiva nella Nato e nel G7, renderebbero l’Italia probabile “zona di guerra” tra ex alleati. Forse qualcuno nel governo o sopra pensa che la relazione con la Cina possa ridurre tale rischio per l’Italia, ma in realtà lo ingigantirebbe perché darebbe un motivo in più a Washington, Parigi, Berlino e Londra per influenzarne i processi politici interni. Pertanto la giusta strategia è mettere Roma in una posizione di mediazione riconvergente tra Francia, Regno Unito e Stati Uniti, confidando sul fatto che un tale attivismo italiano permetterebbe a Berlino di perseguire più apertamente il medesimo scopo nonché accelerare il trattato di libero scambio euroamericano, inserendovi anche Londra. Spero che a John Bolton (e a Mike Pompeo) venga sintetizzato questo articolo che suggerisce una convergenza italo-americana per una soluzione più utile, anche per l’America in guerra con la Cina, dell’intento di spaccare l’Ue.

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