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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-2-17LaVerità

2019-2-17

17/2/2019

Il vantaggio di un’alleanza più forte con l’America

Un’alleanza serve a moltiplicare la sicurezza e il vantaggio economico di una nazione. Dal 2010 le alleanze tradizionali dell’Italia, Nato e Ue, hanno preso una tendenza de-moltiplicativa, in alcuni casi perfino dannosa. Nel 2019 c’è il rischio che la situazione venga peggiorata da una più netta trasformazione dell’Ue in diarchia franco-tedesca, sua frammentazione interna in Framania, blocchi nordico-baltico e orientale, dalla divergenza tra Framania stessa e l’America con rischio di dissoluzione della Nato e dalla pressione statunitense contro Cina e Russia nonché l’Iran. Dove collocare l’Italia tra Framania e America e nell’ambiente eurasiatico, considerando che l’interesse nazionale prioritario è quello di almeno restare la nona potenza economica mondiale e la seconda forza manifatturiera-esportatrice europea?

La risposta è complicata dalla presenza di tre diverse linee di politica estera nell’attuale governo: euroconformista con piccole venature pro-atlantiche (Quirinale), occidentalista nelle espressioni, ma vaga su modi e perimetri (Lega), in parte confusa e in parte filocinese (M5S). Paradossalmente ciò permette all’Italia una giustificazione di disallineamento interno per rinviare decisioni oggettivamente difficili perché poco indipendente a causa dalla ricattabilità in materia di debito e dal fatto che il suo personale tecnico-politico non è abituato a prendere decisioni forti dopo decenni di secondarietà. Ma una posizione passiva e attendista non può durare troppo in un momento storico in cui presto sarà necessario decidere con chi stare e come per non perdere sicurezza e soldi e ritrovare una configurazione di alleanza moltiplicativa.

Cosa dobbiamo capire per decidere? Per prima cosa se la Germania fa sul serio ad aderire al progetto francese di cogestione asimmetrica dell’Ue con fusioni industriali nel settore difesa, in una tendenza post-Nato, come si può ipotizzare dal testo e, soprattutto, dalle appendici riservate del recente Trattato di Aquisgrana. Le parole della signora ministro della Difesa tedesco nella conferenza per la sicurezza di Monaco, in questi giorni, sembrano rassicurare: la priorità di Berlino è restare nella Nato perché difesa dei valori delle democrazie. Il segnale è duplice: l’alleanza durerà per le questioni esistenziali, ma entro questa Berlino si sentirà autonoma per le scelte di dettaglio. Per l’Italia è rassicurante la continuità della Nato, ma è un problema l’adesione ai programmi francesi industriali con evidente volontà di dominio sugli altri europei. Il ministro tedesco dell’economia ha difeso la scelta di potenziare il rifornimento di gas russo come “sovrana”, cioè non condizionabile dalla pressione statunitense che non lo vuole, e con tale segnale fa capire che la politica tedesca ha dubbi forti in materia di atlantismo e che Berlino, in generale, non rinuncerà alla sua posizione neutralista-mercantilista. Un problema di scelte industriali, poi, è venuto dal ministro della Difesa britannico: dopo Brexit Londra resterà comunque ingaggiata nella sicurezza europea e – qui il punto – vede con favore una produzione di armi europee, di fatto contrapposta a quella statunitense. Ciò, se confermato, toglie all’industria italiana l’opzione di creare programmi con i britannici in concorrenza con quelli franco-tedeschi e la Spagna a loro rimorchio, in particolare aerospaziali. Londra è anche ingaggiata con i franco-tedeschi sulla questione iraniana, in divergenza con l’America. Ed è evidente che Berlino e Londra, sulle questioni importanti tendono a convergere per difendersi sia dalle pressioni statunitensi sia dalle ambizioni francesi. Ciò mostra che un’alleanza sistemica tra Roma e Londra non sarebbe scontata anche dopo Brexit. In sintesi, l’alleanza tra europei occidentali e l’America continuerà, ma indebolita. Ciò depotenzia la Francia perché esclude il suo sogno post-Nato. Quindi è inutile litigare troppo con Parigi perché già perdente. Ma, in negativo, aumenta il rischio industriale. In positivo, l’Italia diviene più importante per l’America come cuneo pro-atlantico nell’Eurasia occidentale.   

Se così, allora una prima bozza di strategia per l’Italia diviene più decidibile: (a) approfondire l’alleanza con l’America con un trattato bilaterale di difesa, soprattutto includendo programmi collaborativi in materia aerospaziale ed esospaziale, nonché di ipertecnologie future, per esempio robotica; (b) restare nei programmi europei di tecnologia intermedia per non perdere soldi e mercato; (c) attutire le frizioni intraeuropee per spingere un trattato commerciale tra Ue e Stati Uniti, ora in agenda, favorito da Berlino ma contrastato da Parigi. L’obiettivo di maggior interesse per l’Italia, infatti, è che si formi un mercato euroamericano che implica una tendenziale convergenza euro-dollaro e il mantenimento della Nato. In sintesi, l’interesse strategico dell’Italia è de-europeizzare l’Ue via alleanza con l’America e farsi riconoscere dall’America stessa il ruolo di partner privilegiato. Ma Roma deve mostrare di non essere troppo ballerina. Ciò implica accettare la richiesta statunitense di escludere la cinese Huawei dalle gare per il 5G, di sostenere la sanzioni americane contro l’Iran dissociandosi dal fronte franco-tedesco-inglese che invece non vuole aderire. La raccomandazione è di farlo, ma chiedendo in cambio all’America uno spazio concordato di relazioni economiche con Cina e Russia per non subire troppi danni.

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