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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-4-8LaVerità

2019-4-8

8/4/2019

Bisogna ripensare la posizione italiana in Libia

L’Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell’interesse nazionale alla realtà.

In Libia, oltre all’ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell’Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Serray a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar. Il primo è affiliato all’Islam politico – al governo in Turchia, Tunisia, ecc. – mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell’Eni in Libia e pertanto ne contrasta l’influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un’ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l’Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l’appoggio italiano a un perdente, che tra l’altro ricatta l’Italia, con la complicazione che ciò protrae il disordine in Libia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell’Eni stesso in cambio del via libera ad un governo Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa.  C’è un interesse nella regione più ampia che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia?

Da sempre Roma contrasta l’influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa veramente all’Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L’Algeria è in subbuglio e l’Africa nord-occidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell’Algeria stessa e costruttore di un mega-impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell’influenza francese nel Mediterraneo e nell’Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese – una megabase a Gibuti stessa - nel Corno d’Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell’area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All’Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all’America per avere aiuto? All’Italia (e all’Eni) conviene migliorare i rapporti con L’Egitto non contrastando la sua strategia di influenza sulla Libia o mantenere tensioni? In generale, conviene all’Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell’Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all’essenziale la presenza in un’area poco profìttevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l’area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Inoltre, fino a che Roma non metterà a posto la cazzata filo-cinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l’America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l’Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale dove lo sviluppo appare più promettente e stabile, anche perché lì non ci sono robe islamiche e francesi, e nell’Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e sia Russia sia America vorranno contenere l’influenza cinese. In conclusione, l’Italia dovrebbe: a) ridurre l’attenzione sul caso libico all’essenziale, favorendo un potere locale che  con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu,  tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un’area che se disordinata creerebbe guai all’Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l’alleanza con l’America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo – Adriatico, Jonio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, ovviamente monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove.

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