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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-2-3LaVerità

2019-2-3

3/2/2019

Un motivo in più per rinforzare l’alleanza euroamericana

Dopo Washington anche Mosca ha confermato la cancellazione del trattato INF in cui le due potenze si impegnavano a non costruire/schierare missili nucleari a medio raggio (tra i 500 e i 5.000 kilometri di gittata), rinunciando così al periodo di sei mesi per rinegoziare l’accordo previsto dal trattato stesso. Aggiungerei un “ovviamente” perché ambedue hanno un interesse simmetrico: mani libere per poter utilizzare pienamente il loro potere militare a scopi dissuasivi e di vantaggio geopolitico, la Russia priva di altri strumenti di potenza e l’America con una nuova strategia di riarmo combinata con la riduzione del suo ingaggio globale.    

Sul lato statunitense, la tempistica della decisione è stata probabilmente influenzata dagli sviluppi del “Russiagate” e dalla necessità percepita da Donald Trump di mostrarsi durissimo con Mosca per evitare sospetti di complicità tra il suo staff ed emissari di Vladimir Putin. Ma la decisione era nell’aria. Da un lato, l’America sta investendo massicciamente su una nuova generazione di armamenti che le permettano di proiettare la massima potenza nel globo o a partire dall’America stessa o dall’orbita e oltre. Dall’altro, vuole ridurre il rischio di ingaggio in guerre regionali dopo l’evidenza della loro insostenibilità. Già la “Dottrina dell’interesse nazionale” elaborata da George W. Bush nel 2000 prevedeva una revisione dell’impegno statunitense: spingere gli alleati a gestire i conflitti regionali, limitando l’impegno americano ad un sostegno “da dietro”. Obama confermò tale dottrina, ma in forma di disingaggio. Trump la sta rielaborando in modi americanisti e di ingaggio solo selettivo. Ma con un nuovo problema: cosa fare se un alleato dell’America in Europa o nel Pacifico viene pressato da Cina o Russia sempre più aggressive e considerando che Russia e Cina non esiterebbero a portare la minaccia a livello nucleare, per esempio, nel caso di Taiwan o se l’Ucraina entrasse nella Nato. L’America ha trattati bilaterali di protezione con gli alleati nel Pacifico e, via Nato, con gli europei e non vuole che questi prendano capacità nucleare propria.  Quindi, per difenderli, dovrebbe accettare un’escalation con il rischio di uno scambio nucleare che coinvolga il suo territorio. Per demoltiplicare tale rischio, l’America deve poter legalmente costruire missili a medio raggio nucleari (per conflitti regionali) e piazzarli nei Paesi alleati affinché possano rispondere localmente ad una minaccia senza coinvolgere subito e direttamente l’America stessa, mettendo un gradino in più prima dell’escalation totale. Ciò permetterebbe all’America di rispettare, per esempio, l’obbligo di difesa Nato (articolo 5) e allo stesso tempo demoltiplicare il rischio di coinvolgimento diretto. Ma la fine del divieto IFN ai missili di raggio regionale permette anche alla Russia di minacciare apertamente l’Europa occidentale senza allargare la minaccia all’America, togliendole così motivazione a rischiare per difendere l’Europa stessa e favorendo la strategia putiniana della tensione militare continua, in atto dal 2014, per difendere ed estendere il proprio spazio di influenza in Eurasia, anche in competizione con la Cina.

Anche se nessun attore globale vuole veramente guerre, è evidente che gli alleati dell’America sono in difficoltà: potrebbe essere incerto l’ingaggio difensivo americano nucleare oppure trasferito a deterrenti residenti nei territori degli alleati stessi. I depositi di armi nucleari americane già esistono in molti Paesi Nato, negli anni ’80 gli europei accettarono missili a medio raggio per dissuadere quelli sovietici, ma il doverlo fare nuovamente in una situazione dove c’è il dubbio che l’America non rischi New York per difendere Bruxelles, o Tokyo, oltre a problemi di consenso ne pone uno di sicurezza oggettiva. Infatti non è sbagliata l’idea francese di creare una difesa europea anche nucleare. E’ sbagliato il concetto di una gestione francese allargata alla Germania, di fatto post-Nato e non veramente europea. Roma non ha interesse a stare sotto questo ombrello e cercherebbe di restare sotto quello nucleare americano, ma indebolendosi perché non più rilevante nell’Ue. La Germania non ha rifiutato l’offerta francese, ma la sta rallentando allo scopo di trovare un riavvicinamento con l’America. Soluzioni?  Bisogna dare all’America un motivo concreto di utilità per definire la difesa dell’Europa come suo interesse vitale. E questo non può essere altro che un accordo di libero scambio simmetrico tra Ue e Stati Uniti che formerebbe un mercato integrato tra i due. Washington ha già approvato l’avvio del negoziato, la Commissione ha chiesto al Consiglio europeo di fare altrettanto. La Francia si oppone, anche per il desiderio di protagonismo post-Nato, ma la Germania è a favore. Pertanto lo scenario post-INF fornisce a Roma un motivo in più per convergere con Berlino allo scopo di realizzare l’accordo euroamericano e così rinforzare la Nato.

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