ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia     Gallery     Interviste     Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri
  Saggi
  Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere
  Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
X  
menu
fb Tw print

Carlo Pelanda: 2018-12-9La Verità

2018-12-9

9/12/2018

La guerra del cibo

C’è il rischio che il 13 dicembre l’Assemblea generale dell’Onu approvi una risoluzione che definisca come pericolosi per la salute gran parte dei prodotti agroalimentari italiani perché il loro contenuto di grassi o zuccheri o sale supera la soglia ritenuta accettabile dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Nello specifico, il rischio è che se la bozza di tale risoluzione fosse approvata senza cambiamenti, in particolare l’articolo 7, ne uscirebbe una raccomandazione alle nazioni – rafforzata dal fatto che l’Onu è una fonte di diritto - di generare norme dove sulle confezioni dei prodotti debba essere segnalato un avvertimento di pericolo, come le scritte terroristiche sui pacchetti di sigarette. Pertanto, gli Stati che volessero limitare il consumo di prodotti tipici dell’agroalimentare italiano per favorirne altri, avrebbero uno strumento formidabile per creare barriere non tariffarie all’import. La questione era già sorta anni fa quando il Regno Unito tentò di classificare i prodotti alimentari con colori semaforici, cioè rosso, giallo e verde, per spinta lobbistica di gruppi industriali e aziende chimiche interessate ad aumentare lo spazio di mercato per cibi, semplificando, sintetici. Poiché questi sono caratterizzati da bassa qualità gustativa e nutrizionale, e l’aumentarla richiederebbe investimenti massicci, gli strateghi del settore hanno pensato che sarebbe stato più efficace imporre nuovi standard basati sulla salute in sostituzione di quelli del gusto e della qualità. Anche la grande industria farmaceutica è interessata ai cibi sintetici e al nuovo standard salutista per aumentare gli inserimenti di vitamine e simili. Pertanto, da anni è aumentata la pressione sull’Oms per renderla veicolo di un condizionamento culturale, di cui la demonizzazione di alcune tipologie di cibo è strumento. L’attacco non è all’Italia, ma ad un intero settore sul piano globale da parte di un altro. Ma l’Italia ne è vittima in quanto massimo produttore di cibi ad alta qualità gustativa e nutrizionale. Le statistiche stimano che il giro d’affari dell’agroalimentare italiano sia di 132 miliardi di euro, le esportazioni attorno ai 41 miliardi, ora in crescita di circa il 5% e mostrano che il settore sia portante per il Pil.

 Il ministro dell’Agricoltura sta facendo il possibile per evitare un danno potenziale enorme all’export italiano così come la nostra rappresentanza diplomatica all’Onu, recentemente rinforzata da specialisti di settore, sta combattendo per evitare l’istituzionalizzazione di standard demonizzanti. Ma non sarà facile ottenere il risultato. Il complesso industriale interessato a sostituire gli standard del gusto con quelli del presunto salutismo ha una forza immensa. Inoltre, sono poche le nazioni con produzioni di alimenti elaborati e con marchio, mentre la maggioranza di esse produce solo materia prima grezza che poi viene trasformata da sistemi industriali di cibo chemio-sintetico. E le seconde voteranno all’Onu con conseguente sensibilità. Peggio, la Francia, che ha produzioni simili a quelle italiane, è tra i promotori della risoluzione. Tale posizione di Parigi, per altro non discussa in sede Ue, è un mistero. L’ecologismo-salutismo macroniano è così fuori dalla realtà oppure c’è di mezzo la grande industria chemio-alimentare francese? Da un lato, la diplomazia italiana è molto competente e sa come gestire il caso. Dall’altro, la mia sensazione è che le manchino, però, dei potenziatori. Il primo dovrebbe essere un ingaggio più deciso del governo per sostenere l’azione all’Onu, trasformandola in questione di relazioni generali e non solo settoriale. Il secondo dovrebbe essere prodotto dai media italiani: investigare su chi e come ha influenzato l’Oms. Terzo, in combinazione, la comunità scientifica dovrebbe aiutare i media a chiarire la questione nutrizionale. Sono certo che i nutrizionisti non ideologizzati e non condizionati da incentivi la porteranno più sul versante dell’educazione alimentare: non esagerare con certi cibi grassi o zuccherati, ma mangiali pure perché è roba buona, correggendo l’errore metodologico fatto dall’Oms di demonizzare singoli prodotti senza tener conto delle modalità di assunzione, appunto motivo di sospetti.

Ma devo avvertire i produttori italiani che, anche qualora si evitasse lo stigma Oms-Onu, la pressione demonizzante continuerà perché funzionale, appunto, all’espansione dello standard pseudo-salutista utile per quella dell’industria del cibo chemio-sintetico. Quindi, oltre a pubblicizzare meglio la tecnologia storica dei prodotti italiani che li rende qualitativamente superiori – per altro un valore immateriale ora non sufficientemente inserito nel marketing e nei prezzi - dovrebbero cimentarsi nella creazione di cibi chemio-sintetici neotecnologici, cercando di dare loro una qualità migliore dei concorrenti, proseguendo così la tradizione di eccellenza del Made in Italy, armonizzando futurizzazione e tradizione. Non solo difesa, ma attacco.

(c) 2018 Carlo Pelanda
FB TW

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: letters@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli