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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-1-6LaVerità

2019-1-6

6/1/2019

Non possiamo più permetterci un Sud senza sviluppo

L’unificazione dell’Italia è incompleta. Il Nord è la zona più ricca dell’Ue, il Sud la più povera. Tale divisione situazionale, nonostante l’unità amministrativa, deprime i potenziali di ricchezza dell’Italia tutta. La soluzione di questo problema è prioritaria anche perché la partecipazione con vantaggio all’Ue e, soprattutto, all’Eurozona richiede una nazione forte ed economicamente solida per tutelare i propri interessi, componendoli da “grande”, e non da “piccolo e zoppo”, con gli altri grandi europei. E oltre.  

Dagli Anni ’50 alla fine degli ’80 fu tentata la soluzione di finanziare con denaro fiscale i redditi del Sud affinché comprassero i beni prodotti dalle industrie del Nord per bilanciare il ciclo nazionale del capitale. La soluzione non funzionò: il mercato non arrivò al Sud e questo fu svuotato di popolazione attiva dalla migrazione attratta dal boom del Nord. Dagli Anni ’90 si è ridotta la capacità dell’Italia di finanziare con debito l’assistenzialismo per i nuovi vincoli europei. Ma l’assistenzialismo del Sud continuò con meno risorse e senza creazione di vero mercato, favorendo un’economia di mera sussistenza, vulnerabile a quella criminale, che anche portò la politica locale a competere per dominare i flussi di denaro pubblico per erogarli a clientele, in certi casi anche contrastando imprese private per evitare che si formassero localmente poteri più forti di quello politico. Tali distorsioni, pur con eccezioni, resero dissipativa e inefficiente la cultura gestionale pubblica e privata. Ciò generò, per reazione, la questione settentrionale e portò quella meridionale ad essere più rivendicativa per difendere l’assistenzialismo. In occasione del referendum sulla riforma federalista vinse la seconda associata alla sinistra. Da allora la politica mantenne l’assistenzialismo, ma con più limiti di bilancio, generando una soluzione passiva per il Sud: svuotarlo di popolazione via migrazione per ridurne i costi. Ed è ciò che sta avvenendo. Ma più di un 1/3 della popolazione italiana resta prigioniera di un’area senza sviluppo, depotenziando l’Italia. Inoltre, Il reddito di cittadinanza che aumenta i costi dell’assistenzialismo, a scapito degli investimenti, non è una soluzione di vero sviluppo per il Sud.

I motivi del sottosviluppo del meridione sono molteplici, ma la politica non ha mai voluto affrontare quelli principali. La distanza del Sud dal mercato europeo comporta costi logistici che disincentivano le produzioni in loco. Per ridurre tale svantaggio bisognerebbe compensare con detassazione tali costi invece di farlo via sovvenzioni. Per esempio, nelle isole le aziende dovrebbero pagare tasse zero o minime. Per la parte peninsulare la detassazione compensativa, per evitare squilibri competitivi nazionali, è più complicata, ma non sarebbe difficile calcolarla con gradazioni di equilibrio. E sarebbe un impulso forte. Un altro, combinato, sarebbe dato dalla costruzione di infrastrutture per l’alta velocità di merci e persone sull’asse sud-nord, cosa che anche favorirebbe i flussi turistici nord-sud, incentivando la riorganizzazione del settore, ora molto sotto il suo potenziale. La priorità è agganciare meglio il Sud al mercato europeo in combinazione con incentivi fiscali. Ma, per creare localmente più attività produttive, bisogna aggiungere facilitazioni agli investimenti privati, con garanzie pubbliche per attrarre capitali in una zona che inizialmente avrebbe difficoltà a farlo. Perché non è mai stato tentato finora? Timore dei politici di perdere il signoraggio, difficoltà di concepire la transizione tra assistenzialismo e stimolazione liberalizzante, preferenza per l’omogeneità fiscale della nazione anche perché l’Ue ne ostacola la differenziazione e, soprattutto, gli aiuti di Stato. Ma è importante segnalare che nell’Ue esiste la possibilità di regimi privilegiati per le isole, per esempio goduti dall’Irlanda. In materia di aiuti di Stato la Germania gode di una deroga molto ampia per spingere l’integrazione di quella orientale, con aiuti di Stato, e simili, imponenti. Poiché l’Italia ha un simile problema di integrazione sarebbe incomprensibile un divieto di fare lo stesso. Così come quello all’estensione delle facilitazioni fiscali alle aree con svantaggio logistico. Ma il governo non lo sta chiedendo né sta progettando soluzioni di mercato. Peggio, la politica sta contrapponendo alla richiesta di maggiore autonomia gestionale del Nord un suo presunto obbligo di solidarietà fiscale nei confronti del Sud, trattando la questione in modi politichesi. E questi oscurano il punto: la questione è nazionale e non settentrionale o meridionale. E dovreste essere voi, politici meridionali, a chiedere per primi quello che qui ho abbozzato per meglio rappresentare gli interessi dei vostri elettori, in convergenza con l’interesse di tutti, invece di divergere offrendo denaro facile in cambio di consenso, ma senza speranza di sviluppo.

(c) 2019 Carlo Pelanda
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