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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2018-9-25LaVerità

2018-9-25

25/9/2018

I difetti del presidenzialismo di fatto

Gli attori politici al governo sono tre: Stelle, Lega e Quirinale. Il terzo, apparentemente, non ha poteri esecutivi. Ma poiché le sue facoltà non sono precisate dalla Costituzione, tali poteri sono limitati solo dalla prassi. Per esempio, che la sigla del Presidente della Repubblica su una lista di ministri sia condizionante, cioè con potere discrezionale di veto, o solo atto di certificazione notarile non è precisato da una procedura costituzionale e quindi diviene oggetto di interpretazione. Nella storia della Repubblica il Quirinale ha sempre avuto rilevanza per il potere, questo sì chiaramente formalizzato, di sciogliere il Parlamento. Ma ne ha presa di crescente e in forma di esercizio diretto di un potere esecutivo ampio “di fatto” quando il sistema dei partiti divenne instabile e disordinato, alla fine degli anni ’80.

In quegli anni ero consigliere part-time di Francesco Cossiga, in materia di scenari strategici, collocato presso l’Ufficio militare del Quirinale allora guidato dal generale Carlo Jean. Il presidente agiva, in certi casi, divergendo dalla linea del governo del tempo. Gli chiesi se poteva. Mi rispose che se serviva per fare la cosa giusta aveva poteri esecutivi di fatto perché non precisati. Un giorno del 1990 vidi che inviava il generale Jean a dare messaggi, immagino correttivi, a specifici politici ordinandogli di indossare una particolare divisa “quirinalizia” (bellissima, imperiale). Gliene chiesi ragione e qui semplifico la sua risposta.  La non precisazione del mio potere combinata con la sua forma di garante di ultima istanza della Repubblica, mi permette di esercitarlo in modi informali e discrezionali. Ma dovendo intervenire in modi correttivi per contenere il disordine politico mi espongo ad una limitazione simmetrica di tale potere da parte degli attori politici. Costoro hanno il vantaggio di potermi richiamare al rispetto di un ruolo notarile proprio perché la Costituzione non è precisa, costringendomi alle dimissioni. Se li spavento, non lo fanno. Se non ci riesco mi devo arrendere perché come tutore della Costituzione non posso permettermi una crisi istituzionale, mentre i politici se ne infischiano. Dissi: quindi la divisa quirinalizia è uno strumento di dissuasione perché evoca un potere asimmetrico prevalente. Esatto – confermò. Proprio tu hai teorizzato – continuò - che nei conflitti asimmetrici il soggetto più forte deve trasformarli subito in simmetrici per non perdere: aggiungo che in caso di conflitto simmetrico con la politica sarei perdente e quindi devo trasformare subito il conflitto, se forte, da simmetrico in asimmetrico via dissuasione credibile per vincerlo. Questo dialogo mi è tornato in mente quando Luigi Di Maio ha minacciato l’impeachment di Sergio Mattarella perché aveva messo veti alla composizione del governo proposto. Mattarella usò la “divisa Cottarelli” a scopi dissuasivi per arrivare ad un compromesso che evitasse una crisi istituzionale.  

In sintesi, nell’ordinamento italiano il presidente della Repubblica può esercitare un potere esecutivo informale, ma con il limite di stare attento a non accendere reazioni aperte. Tale limite, però, favorisce influenze riservate. Infatti l’Italia è l’unica democrazia al mondo ad avere lo “Stato Profondo” (un nucleo di comando indipendente dalle elezioni) in alto e non in basso: il Quirinale è sempre “al governo” in qualsiasi esecutivo, condizionandolo indipendentemente dall’esito elettorale. Come? Ministri a parte, che contano poco, il Quirinale può influenzare la nomina della “burocrazia strategica” che ha il dominio vero del sistema. Quindi è ovvio che questa tenda ad allinearsi con il Quirinale. A ciò si aggiunga che i governi esteri, vedendo questa situazione, per le materie importanti si rivolgano al Quirinale stesso e non al governo in carica.

Il problema non è che Mattarella sia buono o cattivo, personalmente ne ho stima, ma è quello di un potere non eletto direttamente che tende ad avere, riservatamente, influenza prevalente. Si aggiunga, poi, che il sistema dei partiti media troppo le espressioni elettorali e che il governo ha poteri esecutivi incompleti.  Pertanto il problema, destabilizzante, è a livello di Costituzione, sezione Forma di governo, che non rende chiara la catena di comando e non la connette direttamente alla volontà popolare, generando una governabilità debole e non rappresentativa. Da un lato, non è interesse nazionale aggravare la precaria situazione economica accendendo una crisi istituzionale. Dall’altro, la nazione ha bisogno di una governabilità chiara e rappresentativa ottenibile solo con l’elezione diretta e separata dei poteri esecutivo e legislativo. Ricordo le serate con Cossiga in cui si tratteggiava una futura Repubblica presidenziale. Forse per questo, anche, fu costretto a dimettersi. Mi chiedo se Mattarella se la senta di prendere atto di una democrazia che non funziona e di stimolare egli stesso una riforma costituzionale che la ripari.

(c) 2018 Carlo Pelanda
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