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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2018-7-24La Verità

2018-7-24

24/7/2018

Allargare la via stretta

C’è il rischio che la politica economica italiana resti nel “sentiero stretto” teorizzato da G. Padoan come unica scelta possibile: continuità del modello fiscale e di allocazione della spesa, senza stimolazioni sistemiche, ma solo piccole e settoriali, e riduzione del debito molto lenta e sua sostenibilità attraverso un (depressivo) elevato avanzo primario nel bilancio statale. La colpa di Padoan è solo parziale perché le sorti economiche dell’Italia erano determinate dalla protezione del debito attuata dalla Bce in cambio di una sudditanza ai suoi criteri contabilisti. Ma questa politica economica ha solo coperto e rinviato l’evidenza che l’Italia è una nazione economicamente fallita nonostante la sua realtà di potenza industriale. Il ritardo nel prendere atto della situazione e avviare riparazioni adeguate è stato pagato dai cittadini già in situazione di debolezza, per esempio cinque milioni di poveri assoluti e quasi un milione di adolescenti senza istruzione, e dall’intero sistema Italia: i soldi utili per modernizzarlo (infrastrutture), per qualificarne la società (migliore formazione iniziale e continua di massa), per rendere competitive le imprese (detassazione), ecc. sono stati allocati per pagare gli interessi dell’enorme debito (mediamente tra i 60 e 70 miliardi anno). Appunto, uno Stato fallisce non solo quando è incapace di ripagare il debito, ma lo fa quando il debito combinato con la poca crescita lo costringono a finanziare il passato a scapito del futuro. Pertanto la legislatura 2013 – 18 ha, in sostanza, scelto di gestire il declino invece di tentare una discontinuità di rigenerazione economica della nazione, creando così i presupposti per un declino, tra poco, irreparabile.

Ora la maggioranza è diversa e sembra incline a tentare la discontinuità. Ma tale passo rigenerativo è temuto dai conformisti e ostacolato dagli “eurostabilisti”, situazione che porta alla demonizzazione dei discontinuisti imputati di avventurismo. Al contrario, gli accusatori dovrebbero rivedere criticamente la loro visione conformista. Al riguardo suggerisco loro, cortesemente, di leggere le riflessioni che facemmo in comune il Prof. P. Savona ed io nel libro “Sovranità e fiducia” (Sperling, 2005) perché oggi più che mai attuali. Semplifico: se il perseguire la stabilità mina la fiducia economica, cioè il motore della crescita, allora bisogna ridurre (entro limiti) i vincoli della prima per ripristinare la seconda. In termini di politica monetaria, a cui era dedicata la riflessione, tale criterio implica fornire ad una Banca centrale tre funzioni: oltre alla normale stabilità monetaria, la possibilità di riflazionare un sistema a rischio di depressione in modi illimitati e rapidi (tra cui la gestione del cambio) e di agire come prestatore di ultima istanza. La Bce ha ben codificata la prima missione, la seconda è limitatissima e la terza inesistente. Ciò implica che in caso di crisi i costi di riparazione vengono scaricati sui governi e che questi, limitati nelle facoltà sovrane della politica fiscale, sono costretti a farli pagare alla gente. Questo è un esempio di come il primato della stabilità sulla fiducia sia causa di impoverimento sistemico per difetto dell’architettura politica di un’area monetaria, nonché la spiegazione del perché l’Italia abbia sofferto più di altri negli anni recenti: il debito elevato, senza sovranità o flessibilità della politica per ripagarlo via crescita, è a carico dei cittadini senza compensazione, impoverendoli e facendo fallire la nazione. Questo inciso serve a far capire, pur materia complessa, come l’eventuale continuazione del “sentiero stretto” sarebbe distruttiva.

Il ministro dell’Economia sta certamente pensando a come allargare la via stretta. Ma dalle sue prime dichiarazioni si ricava una prudenza crescente, per esempio la correzione delle aspettative su cambiamenti immediati. Da un lato, deve tener conto del fatto che gli attori del mercato globale finanziario fuggirebbero dall’Italia se questa divergesse dai criteri dell’ordine europeo. Dall’altro, se non avviasse una riallocazione della spesa pubblica con capacità di stimolare la crescita, nonché un abbattimento secco di almeno una parte del debito, l’Italia continuerebbe a declinare fino a un punto di non rimedio. E’ evidente che bisogna iniziare una discontinuità spostando l’asse della politica economica dalla stabilità alla fiducia, cioè alla crescita, senza per altro realmente destabilizzare l’ordine contabile. Non voglio qui disturbare un lavoro difficilissimo. Ma segnalo che per renderlo fattibile il ministro dell’Economia dovrà necessariamente allargare lo spazio concesso dalle regole europee per permettere la ristrutturazione del modello nelle nazioni in crisi sistemica. Ma non chiedendo flessibilità o deroghe da poveracci per la sola Italia, ma proponendo un nuovo capitolo nei trattati europei per i casi di ristrutturazione, per tutti.  

(c) 2018 Carlo Pelanda
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