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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2018-5-8LaVerità

2018-5-8

8/5/2018

Il requisito di ordine economico per sostenere la ripresa

La conformità dell’Italia agli standard economici di Ue ed Eurozona, nonché il rispetto degli impegni presi, non va visto come un atto di sudditanza alla diarchia franco-tedesca e alle regole dell’euromodello imposte dalla Germania, ma come un atto per mantenere e aumentare la fiducia del mercato globale sull’Italia stessa. Tale fiducia è assolutamente necessaria per portare capitali dal mondo sul sistema industriale e sulla Borsa italiani in quantità crescenti allo scopo di dinamizzare gli investimenti interni, l’aumento dell’occupazione e, conseguentemente, dei consumi. Se gli attori del mercato internazionale vedono che l’Italia converge verso l’ordine economico europeo ne sconteranno un maggior sviluppo. Se, invece, vedessero che il debito aumenta, che la crescita resta stentata e che la politica non è in grado di perseguire l’ordine economico stesso, allora sconterebbero sia una crisi della nazione sia un intervento correttivo europeo che aggraverebbe la crisi nazionale stessa, motivo di fuga dei capitali. In sintesi, l’Italia deve mostrare di poter raggiungere l’ordine economico europeo non per astratto europeismo, ma per ottenere concretamente fiducia dal mercato globale. Su questo punto ci giochiamo la continuazione della ripresa.

Ma ora sono di moda posizioni di confronto con l’Ue e con il criterio tedesco che regola l’Eurozona. Questo, in particolare, impone che ogni nazione si metta in ordine da sola per non destabilizzare il complesso. Nel 1996-99 feci una campagna stampa quasi solitaria contro l’accelerazione della moneta unica prima che le nazioni fossero pronte, nonché contro il tentativo imperiale franco tedesco, invocando che l’Italia stesse fuori dall’euro, come Londra, almeno fino a che non avesse ridotto il debito e aumentato la crescita grazie alla sovranità monetaria e di bilancio. Ma dopo il 1999, formalizzata la moneta unica e cambiato il terreno di gioco, scrissi che la strategia di interesse nazionale oggettivo avrebbe dovuto essere quella di diventare una nazione più ordinata della Germania e prendere influenza nell’Ue - ora a zero - grazie a questo. Chiarito il realismo dell’euroconvergenza, il nuovo governo avrà difficoltà a rispettare i minimi parametri di ordine economico nella programmazione del bilancio 2019. Cosa dovrebbe fare?  

I governi Renzi e Gentiloni hanno congelato gli aumenti dell’Iva – accettati dall’Italia come salvaguardia contro scostamenti dai parametri – chiedendo più spazio di deficit motivato dalla situazione di crisi. Padoan, in verità, nel bilancio 2018 ha ridotto da circa 20 a 15 i miliardi il gap da riempire. Questi, ora, non potranno più essere reperiti in deficit, ma tagliando spesa pubblica. Il non farlo farebbe scattare un aumento dell’Iva che bloccherebbe la ripresa. Alzare altre tasse avrebbe il medesimo effetto. Diversamente dalle promesse elettorali dei partiti, il governo dovrà fare un taglio pesante e il Parlamento votarlo. Per attutire il problema, il governo potrebbe lanciare un programma (credibile) di vendita in 3 o 5 anni del patrimonio pubblico nazionale e locale (immobili, partecipazioni e concessioni) allo scopo di ridurre il debito. Basterebbero, per iniziare, un 200 miliardi sui quasi 700 del patrimonio pubblico disponibile, per sorprendere positivamente il mercato e migliorare su questo lato i parametri europei, permettendo a Roma di ottenere, senza pietismi, un po’ più di flessibilità sulla riduzione del deficit in una situazione dove un governo probabilmente debole non riuscirà a fare riallocazioni sistemiche ed efficienti della spesa pubblica. La riduzione del debito, oltre che facilitare il rifiuto di tasse patrimoniali private anche recentemente richieste da Lagarde, direttore del Fmi, permetterebbe di diminuire la spesa per interessi e quella di rifinanziamento del debito stesso grazie al miglioramento del voto di affidabilità (rating).

Nessun partito, tuttavia, ha messo in priorità l’operazione “patrimonio pubblico contro debito” perché ciò implicherebbe, tra le altre cose, la vendita di aziende controllate dallo Stato e dagli Enti locali che sono oggetto del potere principale, quello di nomina, dei partiti stessi. In conclusione, l’Italia ha risorse più che sufficienti per avviare il proprio riordinamento, ma i partiti dovrebbero rinunciare al bottino, privatizzandolo. Io spero che l’Italia riesca a scavallare in autunno il progetto di bilancio 2019, ma temo in modi sub-ottimali, cioè con un pasticcio fatto di più tasse e ulteriore richiesta di accattona pietà all’Europa. A causa del partitismo nostrano e non perché l’Europa sia cattiva. Come eliminare l’impoverente partitismo predatorio italiano? Elezione diretta di un Presidente della repubblica con poteri esecutivi e conseguente disintermediazione dei partiti “gestionali”. Annotatelo.

(c) 2018 Carlo Pelanda
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