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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2017-12-8Milano Finanza e italia oggi

2017-12-8

8/12/2017

La strategia della Seconda Gerusalemme

Gli analisti si chiedono cosa ci sia sotto il riconoscimento formale da parte statunitense di Gerusalemme come capitale d’Israele nonostante gli avvertimenti da parte di tutto il mondo di non sfidare l’ira dell’Islam e dei palestinesi. Le spiegazioni indicano motivi interni ed esterni, ma senza precisarli. Per quelli interni prevale l’idea che Trump in difficoltà abbia voluto marcare che mantiene le promesse elettorali. In realtà, per il grande pubblico americano la questione di Gerusalemme non è tema primario. Ma lo è per le èlite americaniste massoniche, fuse con quelle bibliste, custodi del progetto (geo)simbolico che fu substrato di quello illuminista dei fondatori degli Stati Uniti: far diventare Washington la Terza Roma e, soprattutto, la Seconda Gerusalemme, con potenza tale da sostituire le prime –  Gerusalemme è il luogo del contratto con Dio - e diventare così il centro del mondo. Per esempio, l’obelisco di Washington simboleggia in linguaggio aperto l’unità degli americani, ma, in linguaggio iniziatico, il centro del mondo stesso. In sintesi, l’azione di Trump potrebbe essere finalizzata a comunicare l’ingaggio in tale missione americanista alle élite massoniche e bibliste per portarle a proprio sostegno e superare la crisi di credibilità interna. L’ipotesi potrebbe apparire stravagante, ma bisogna considerare i codici simbolici che influenzano la formazione dei club di potere reale in America. Ci sono precedenti: George W. Bush enfatizzò il codice dei “Rinati in Cristo” sia per rafforzare il legame con le élite protestanti-americaniste sia per affermare la fusione entro la figura presidenziale di capo religioso e imperatore, imitando la tradizione anglicana, in contrapposizione al cattolicesimo dove è il Papa a incoronare l’imperatore, simbolismo per affermare il diritto d’impero dell’America. Sul piano dei motivi esterni sembra ovvio che Trump abbia ottenuto il consenso dell’Arabia, in cambio dell’alleanza anti-iraniana in cui è inclusa anche Israele, prima di fare la mossa. Non si può escludere un segnale per limitare la convergenza petrolifera tra sauditi e Mosca. Lo scenario è nebbioso, ma traspare che Trump voglia sbloccare lo stallo decennale della questione palestinese, dando a Israele qualcosa affinché molli qualcos’altro e mostrando ai palestinesi che non possono pretendere troppo. Potrebbe essere una variante del piano Sharon che puntava a tornare parte del territorio palestinese alla Giordania, ingaggiare l’Egitto per il controllo di Gaza, il tutto in convergenza con i Saud, eliminando l’ipotesi di uno Stato palestinese.          

(c) 2017 Carlo Pelanda
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