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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-7-31

31/7/2012

Ora la Bce non deve deludere il mercato

C’è attesa per le decisioni della Bce, il 2 agosto, dopo che Draghi, la scorsa settimana, ha annunciato l’impegno assoluto di fare tutto ciò che serve per salvare l’euro, poi confermato con le stesse parole da Merkel. Il mercato le ha interpretate come volontà della Bce di garantire gli eurodebiti a rischio, comprandone i titoli, ed ha premiato l’annuncio alzando le Borse e riducendo il premio di rischio per acquistare debito spagnolo, italiano e francese. Il punto: ora il mercato attende che alle parole seguano i fatti, con il problema che se questi non saranno sufficienti la punizione, in termini di crisi di sfiducia totale sull’euro, sarà devastante. Infatti Draghi ha preso un rischio enorme nel fare un annuncio che implica azioni forti di prestatore di ultima istanza ai governi, cosa vietata dallo statuto Bce e contrastata dalla Bundesbank entro il direttivo della Bce stessa. Da un lato, o faceva quell’annuncio o alla fine della settimana scorsa euro e mercati sarebbero crollati. Dall’altro, ora rischia che il compromesso a cui lo costringeranno Berlino e la Bundesbank comporti soluzioni con limiti eccessivi che potrebbero deludere il mercato. Quindi c’è incertezza non tanto sul fatto che la Bce interverrà, ma sul come e sul quanto e se sarà sufficiente. Infatti il mercato è in posizione di attesa: non sta scontando né la conferma del salvataggio né la delusione. Cosa possiamo aspettarci? Se Merkel ha confermato le parole di Draghi vuol dire che è stata costretta a riconoscere un punto cruciale, già analizzato su queste pagine la settimana scorsa: il mandato primario della Bce, la difesa della stabilità dell’euro, implica deroghe ai suoi limiti statutari. Più importante, le èlite tedesche e Merkel non vogliono la fine dell’euro sia per non vedere la Germania imputata di eurocidio sia, più determinante, perché l’euro stesso è uno strumento di condizionamento per formare un’area europea sotto il dominio di Berlino che è utile per moltiplicarne la forza nazionale nelle relazioni G3 con America e Cina. Ma non possono salvare l’euro via impiego di denari fiscali tedeschi, per esempio accettando gli eurobond, perché l’elettorato si ribellerebbe e le elezioni sono vicine (settembre 2013) sia perché la Germania, in realtà, è piccolina e i suoi soldi non sarebbero sufficienti. Pertanto è interesse tedesco che la Bce – con una gigantesca potenza di fuoco finanziario - faccia il salvataggio perché i suoi interventi non impegnano denaro pubblico in modo diretto e visibile. Ai nostri fini questa considerazione signifca che la Germania vorrà un’azione forte e convincente. Ma non troppo, perché se la garanzia Bce fosse illimitata e non condizionale, allora l’eurocrisi finirebbe in un giorno e ciò toglierebbe pressione esterna agli Stati terroni per mettere a posto le loro finanze, cioè, parlando realistico, toglierebbe a Berlino lo strumento per piegare al suo dominio gli altri europei, Francia compresa, Italia in particolare. Quindi certamente l’intervento Bce sarà condizionale, cioè pretenderà salassi dagli Stati i cui debiti vengono comprati. Qui il mercato sconterà a difetto una più difficile ripresa economica in queste nazioni compresse dal Reich. Ma non sarebbe fatale. Sarebbe devastante, invece, un limite eccessivo degli interventi. Ma il limite ci sarà perché, appunto, Bundesbank e Berlino vogliono che ci sia mentre il mercato si aspetta una garanzia illimitata degli eurodebiti. Pertanto Draghi dovrà allargare la disponibilità tedesca affinché si avvicini il più possibile a ciò che chiede il mercato, sapendo che non c’è spazio per errori. Momento delicatissimo. Oltre a fare sinceri auguri a Draghi su cui pesa la responsabilità anomala di eurosalvatore di ultima istanza, gli raccomando, in caso, di non esitare a mettere in minoranza la Bundesbank nel direttivo della Bce. Meglio irritare Berlino che deludere il mercato.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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