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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-1-10

10/1/2012

Banca solida ma tante domande

Raccomando di non scambiare il temporaneo crollo in Borsa di Unicredit come un segnale che la banca sia in difficoltà operative. Unicredit è più che solido, come lo sono altri istituti correntemente con corsi azionari deprezzati, ma gli è stato imposto un aumento di capitale abnorme in un momento di mercato sfavorevole che ha creato condizioni tecniche di deprezzamento e motivi per la speculazione al ribasso. Chi ha dubbi faccia due considerazioni fattuali. La prima, citandola dal Financial Times di qualche giorno fa, è che Unicredit avrà in ogni caso 7,5 miliardi di capitale in più, un’enormità, a seguito dell’aumento. La seconda è che la Bce ha attivato a dicembre un programma triennale di prestiti illimitati alle banche al costo dell’1%, con garanzie fatte di titoli anche di media-bassa qualità, e ciò significa che qualsiasi banca nell’Eurozona sarà dotata della liquidità sufficiente in caso di guai propri o sistemici. In sintesi, la banca non è a rischio e potete fare operazioni in totale fiducia ai suoi sportelli, ovviamente valutandole in base al criterio concorrenziale. Ma, detto questo, il caso Unicredit suscita alcune domande.

C’è qualcosa di strano nello spropositato volume dell’aumento di capitale imposto dall’Autorità di controllo europea (Eba). Se Unicredit aveva un problema di liquidità tale da richiedere una ricapitalizzazione d’emergenza di ben 7,5 miliardi cosa avevano fatto in precedenza le autorità di vigilanza? O avevano ben vigilato e quindi l’aumento di capitale potrebbe risultare eccessivo, figlio di un grave errore di valutazione del regolatore. Oppure avevano mal vigilato, lasciando che si formasse un buco tale da richiedere di colmarlo con una montagna e subito. Sarebbe importante chiarire questo punto per valutare sia la gestione dell’istituto sia la capacità dei regolatori. Poi c’è un altro punto connesso da chiarire. L’autorità di regolazione non poteva non immaginare che un tale volume di ricapitalizzazione avrebbe avuto conseguenze di deprezzamento del titolo. E non può non aver visto, in questi giorni, che alcuni “investitori istituzionali” sono in posizione per comprare a valore scontatissimo azioni Unicredit. Ci sono voci nel mercato che i “tedeschi” abbiano deciso di riprendersi il gruppo bancario, centrato sulla Germania e sull’Europa orientale, con quattro soldi. Sono credibili? C’è un indizio pur vago e non confermato da fonti per sospettarlo: all’interno del gruppo, ad un certo punto, la parte tedesca ha rifiutato di spostare liquidità per coprire altre carenze. Poi c’è un altro indizio, anche se più indiretto. Usualmente, nelle aziende, all’aumento di capitale per coprire dei buchi corrisponde la sostituzione dei manager che ne sono stati responsabili, colpevolmente o per forza di cose a loro non imputabile. In questo caso non è successo e la cosa suona strana. Potremmo ipotizzare che il titolo azionario sia stato messo sotto pressione anomala per provocare un cambio del management? C’è la sensazione che alcuni azionisti impegnati nella ricapitalizzazione abbiano venduto azioni: per tirare su soldi o per ottenere un effetto delegittimante del management? Difficile rispondere, ma c’è, appunto, qualcosa di strano che forse ha già motivato l’attenzione della Consob.  Da un lato, è corretto avvertire che questi sospetti potrebbero essere infondati. Per esempio, il volume di ricapitalizzazione potrebbe essere giustificato dal fatto che Unicredit abbia in pancia (riserva) titoli di Stato a valore decrescente che emergerebbe come perdita di capitale di garanzia quando le nuove regole costringeranno le banche, entro il 2012, a prezzare i titoli a valori di mercato (mark to market) e non nominali-facciali. Dall’altro, anche considerando quanto appena detto, è forte la sensazione di un’anomalia, anzi, di stranezze multiple che l’opinione pubblica chiede di chiarire a beneficio della trasparenza del mercato. 

(c) 2012 Carlo Pelanda
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