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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-2-14

14/2/2012

Dal 18 al 30

Ora si fa sul serio. Per la crescita serve la sostituzione dell'Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con un nuovo meccanismo di tutela meglio compatibile con i requisiti di sviluppo delle imprese. Tale misura serve immediatamente perché potrebbe attutire la recessione in atto, forse perfino invertirla, via il suo effetto incentivo alle aziende per aumentare investimenti e scala. Quindi è interesse nazionale che tale riforma non solo venga fatta in fretta, ma anche che non comporti conflitti violenti. L?Italia non può permettersi, in questo delicatissimo momento di faticosa ricostruzione della sua credibilità immagini televisive di scontri di piazza che girino nel globo. Negli indici di valutazione delle agenzie di rating pesa molto un indicatore, denominato "reform stress" (stress da riforma), che misura la difficoltà di produrre cambiamenti verso l'efficienza di un modello economico. Un ulteriore declassamento del voto di affidabilità aumenterebbe il costo, oltre che del rifinanziamento del debito pubblico, anche della raccolta di fondi per il sistema bancario che si trasformerebbe in peggioramento del credito, già insufficiente e costosissimo, per famiglie ed imprese. Quindi tutti noi - sulla stampa è importantissimo proporlo con determinazione per richiamare al realismo e all'interesse generale politica e sindacati - dobbiamo contribuire con le nostre opinioni a formare il consenso per una riforma efficace, rapida e senza conseguenze di conflitto eccessivo. E per riuscirci dobbiamo puntare ad una riforma bilanciata che mantenga le tutele per i lavoratori ed allo stesso tempo produca l'effetto crescita/efficienza. E' possibile? Lo è, applicando una teoria nota nonché scegliendo tra prassi già applicate in altre nazioni, quindi valutabili concretamente. Semplificando, si tratta di trasferire la garanzia dal posto di lavoro, come oggi stabilito dall'articolo 18 che fissa la licenziabilità solo per giusta causa, al lavoratore come persona. Tale metodo è stato alla base di una riforma compiuta dalla sinistra tedesca (governo Schroeder) che ha dato le ali all'industria ed alla produttività, nonchè all'occupazione, della Germania. Il lavoratore licenziato per motivi economici riceve uno stipendio dallo Stato, decrescente nel tempo per incentivarlo a trovare nuovo lavoro, con un fortissimo aiuto per la riqualificazione professionale, se serve, e per trovare nuove opportunità. Un lavoratore può essere licenziato più volte, ma comunque mantenere un reddito costante garantito che gli permette di programmare un mutuo per la casa, fare figli, ecc., come se avesse un'occupazione a tempo indeterminato. Sarebbe incomprensibile, e solo ideologica, un'opposizione ad una riforma di questo tipo, che il governo sta studiando, perché si tratta di un rafforzamento delle tutele e non di un loro indebolimento. Si potrebbe dire, usando il sistema di voto universitario, che in tal modo le garanzie passerebbero dal 18 al 30. Con un ulteriore vantaggio sistemico. Lo Stato che deve pagare salari ai disoccupati avrà più pressione per configurare il mercato verso la crescita e quindi verso meno disoccupazione. Lo schema qui detto non è di destra ne di sinistra, ma tiene conto di due requisiti realistici da integrare: (a) la domanda sociale di sicurezza economica; (b) la flessibilità che permette alle imprese di adattarsi alle condizioni competitive del mercato, sempre mutevoli. Ma ci saranno le risorse per stipendiare con denari fiscali i disoccupati temporanei? Certo, sono quelle per finanziare la cassa integrazione, che non risolve i problemi di riorganizzazione delle imprese in difficoltà e tiene i lavoratori bloccati in un'incertezza prolungata. Il salario ai disoccupati (con limiti temporali) combinato con il sostegno alla ricerca di nuove opportunità potrà sostituire la cassa integrazione e finanziarsi con quelle risorse. In conclusione, è possibile far bene e presto e nel consenso più ampio la riforma.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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